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Negli ultimi anni sono aumentate le segnalazioni di bivacchi di montagna utilizzati come “ostelli gratuiti” da gruppi di escursionisti, ma anche di atti vandalici e furti. L’aumento di “traffico” nei bivacchi è dovuto ad una pericolosa tendenza social di concepire la montagna come un contenuto per i feed, piuttosto che ciò che è davvero: un luogo spesso impervio, potenzialmente pericoloso, motivo per cui esistono i rifugi di emergenza. Prima di arrivare a leggere di qualche tragedia sulle testate giornalistiche, è meglio rivedere un momento il bon-ton di montagna e la storia dei bivacchi. 

1- Cos’è un bivacco e come si usa

I primi bivacchi nascono da un’esigenza degli accademici del Cai gruppo occidentale, soprattutto torinese, per avere a disposizione un punto d’appoggio alla base delle linee alpinistiche più lunghe, difficili e dagli accessi più remoti. Nel 2025 si sono celebrati i primi 100 anni del modello fisso di bivacco nato dai fratelli Ravelli di Torino, un’invenzione probabilmente derivata dalla fine della prima guerra mondiale, dove avere un riparo minimo fra le creste si era dimostrata una questione di vita o di morte.

Il “bivacco d’emergenza” ha un nome che lo definisce. Quando le condizioni meteorologiche cambiano drasticamente o qualcosa va storto, gli alpinisti lo usano come appoggio essenziale. I posti sono fra 6 e 12, i letti e le attrezzature rudimentali ma efficaci per una sosta di fortuna. è una struttura non gestita e incustodita, a finalità essenzialmente emergenziale.

Sono mantenuti dai volontari, che di loro iniziativa sotto il coordinamento del C.A.I. li riforniscono di gas, legna, cibo, caffè, etc. Le buone maniere prevedono che per escursioni lunghe, con più tappe e percorsi, ci si organizzi per arrivare ad un rifugio o che si porti la tenda e il sacco a pelo, affinchè i bivacchi d’emergenza restino disponibili a chi ne ha davvero necessità.

2- Tendenze social e vandalismo

Ad Agosto 2025, il C.A.I. Santicolo di Brescia ha denunciato atti di vandalismo e furti al bivacco Salvadori, sulle Alpi Orobie. Più volte le attrezzature sono state rubate, e un tavolo di servizio è stato fatto a pezzi e bruciato. Non è il primo episodio, e il C.A.I.  ci invita a fare una riflessione sul ruolo di queste strutture e la loro natura.

“I bivacchi sono luoghi aperti a tutti che danno la possibilità di dormire o anche solo di sostare qualche ora. In particolar modo nel nostro Bivacco si è sempre cercato di allestire nel modo più confortevole possibile, lasciando provviste, fornetti per cucinare, coperte e ogni anno viene fatta la manutenzione dai volontari”, scrive la sottosezione, aggiungendo che “essendo un luogo autogestito, si chiede il buon senso delle persone nel lasciare il tutto in ordine. Ma non è così”. 

Una pericolosa tendenza social rischia di esacerbare lo sfruttamento sconsiderato di queste strutture: pubblicizzare i bivacchi come luoghi dove “dormire gratis in montagna”, pratica che rischia di avvicinare sempre più neofiti e insensibili alla solidarietà in cui la comunità di alpinisti ed escursionisti vivono, e trasformarli in panorami di tendenza alla mercé di chiunque.

Spuntano sempre più bivacchi in luoghi facilmente raggiungibili, ed è innegabile che il loro utilizzo negli anni sia cambiato, laddove esistono più strumenti ed attrezzature per poter evitare la situazione di emergenza. 

Eppure, sebbene ancora non epidemico, il rischio di sovraffollamento, uso improprio e mancata manutenzione e pulizia degli spazi è concreto. Perciò, prima della tragedia da titoli di giornale, fermiamoci un momento a riconsiderare i nostri comportamenti.

3- Comportamenti “sostenibili” e rispettosi della montagna.

Le regole d’oro, che per molti possono risultare scontate eppure non lo sono, prevedono che:

  • Se il bivacco è una sosta programmata, ci si attrezzi comunque (quando è possibile) con tende e sacchi a pelo per evitare il rischio di sovraffollamento. 
  • Si portino con sé provviste e si provveda a non lasciare indietro sporcizia, spazzatura o disordine. Insomma “lascialo come lo hai trovato”.
  • Se si utilizza la legna da ardere, è buon uso rimpiazzarla alla fine della sosta. 
  • Pianifica meteo e informati su accessi; porta torcia, fiammiferi e viveri propri.
  • Rispetta silenzio notturno, evita rumori e luci intense; verifica disponibilità posti in anticipo quando possibile.

Una gestione etica e solidale è il principio di base con cui viversi queste realtà. Il fenomeno social che riporta la montagna in cima ai trend rischia di avvicinare a vie ferrate o cammini impervi persone prive di allenamento e preparazione, e talvolta anche privi dello spirito solidale che ne ha causato l’implementazione e mantenimento negli anni.

A cura di Giovanna Borrelli.

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