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Abitare è un atto politico. E in Italia, per una generazione intera, è diventato un atto impossibile.

Settecento euro al mese per una stanza. Una stanza — non un appartamento, non una casa, una stanza — in un appartamento condiviso con altri tre, quattro, cinque sconosciuti. Un bagno in comune, una cucina dove non si cucina mai niente di serio perché non si ha tempo, o perché si ha soltanto la sera e la sera si è troppo stanchi. Secondo la ricerca StudMIHome del Politecnico di Milano, già nel 2024 le stanze costavano in media 700 euro, portando Milano ad essere la città più cara d’Italia. Un monolocale, se ci si arriva, supera i mille.

Potremmo fermarci qui, dichiarare il problema e attendere che qualcuno lo risolva. Ma il punto è un altro, ed è più scomodo. La crisi abitativa che stiamo attraversando ha la forma di un progetto, anche se nessuno l’ha progettata esplicitamente. È la conseguenza logica di trent’anni di politiche che hanno abbandonato la questione casa alle dinamiche del mercato, che hanno svuotato l’edilizia pubblica, che hanno tollerato e poi alimentato la finanziarizzazione degli immobili, che hanno assistito in silenzio alla trasformazione di interi quartieri in parchi tematici per turisti. La crisi abitativa è il punto di emersione di qualcosa di molto più profondo: una scelta di civiltà che ha scelto il profitto sull’abitare, e l’individuo sulla comunità.

Si potrebbe pensare che il problema sia la mancanza di case. Sarebbe una diagnosi comoda, perché autorizza risposte tecnocratiche: costruire, densificare, regolare l’offerta. La questione casa, in realtà, non è solo un problema di prezzi. È un problema di disallineamento tra bisogni e offerta: città che concentrano opportunità ma diventano inaccessibili anche per redditi medi, e territori dove l’abitare costa meno ma mancano servizi, lavoro e connessioni. Le nuove generazioni si trovano a dover scegliere tra due forme di impossibilità: vivere dove c’è lavoro, a prezzi che il lavoro stesso non copre, oppure restare dove i prezzi sono accessibili ma le opportunità scompaiono. Quello che stiamo osservando è una macchina di selezione sociale mascherata da mercato immobiliare. Chi ha famiglia benestante che copre il gap, chi ha reti che aiutano a trovare casa, chi viene da contesti con capitale culturale adeguato a muoversi nella giungla degli affitti — riesce. Gli altri si arrangiano, normalizzano il disagio, e spesso non trovano le parole per nominare quello che subiscono.

I dati sono fermi e difficili da ignorare. Nel 2024, in Italia, sono a rischio di povertà o esclusione sociale il 25,8% dei giovani tra 15 e 29 anni, contro una media europea del 24,1%. Il 12% dei giovani occupati tra i 20 e i 29 anni è un lavoratore a rischio di povertà, rispetto all’8,5% della media UE. L’età media a cui i giovani europei lasciano la casa di origine è 26,2 anni, ma in Italia sale a 30,1 anni. La percentuale di 25-34enni che vivono ancora con i genitori è del 51% in Italia, contro un valore europeo del 30%. Restare in famiglia non è una scelta: è una strategia di sopravvivenza in un sistema che ha reso l’autonomia un lusso. Quando poi si tenta il salto, ci si trova dentro una trappola a tenaglia. Il costo dell’abitare impone di accettare lavori che bastino a coprire l’affitto, e quei lavori raramente lasciano margine per costruire qualcosa. Il reddito va in affitto, e l’affitto assorbe ogni possibilità di risparmio, di scelta, di progettazione del futuro. Si chiama working poor — lavoratore povero — ma nel caso italiano sarebbe più preciso chiamarlo unsmart working poor: un gioco di parole amaro per nominare chi è povero nonostante lavori, povero nonostante sia istruito, povero nonostante faccia esattamente quello che gli è stato detto di fare per farcela.

E la crisi demografica — quella di cui si parla come di un’emergenza biologica, quasi fosse una malattia — è anche e soprattutto una conseguenza di questo. La letteratura scientifica evidenzia che l’aumento dei prezzi degli immobili e dei costi degli affitti ha alimentato il calo della fertilità. Quasi tre milioni di giovani italiani esprimono il desiderio di avere un figlio in futuro, eppure le condizioni materiali non glielo permettono. Il problema non è biologico né culturale nel senso corrente del termine: è strutturale, e quindi politico.

C’è però una dimensione di questa crisi che i numeri faticano a catturare: quella corporea, relazionale, psicologica. Vivere in una stanza di dieci metri quadri con un’altra persona, condividere un bagno con cinque sconosciuti, non avere mai uno spazio in cui stare soli — tutto questo ha conseguenze concrete sul corpo e sulla mente. Condividere lo spazio domestico produce, da un lato, opportunità di socialità e contenimento dei costi, dall’altro il rischio di conflitto e di soffocamento quotidiano. Il disagio può essere così intenso da produrre forme di delusione progressiva e una sorta di disaffezione dal contesto. Quello che accade in queste condizioni non è solo stress da affitti. È qualcosa di più profondo e di più difficile da nominare: l’impossibilità di abitare se stessi. La casa è il luogo dove si diventa chi si è. Quando quella casa è una stanza condivisa su un mercato che ti vuole flessibile, mobile, disponibile a partire domani, anche l’identità diventa precaria. Le persone in questa condizione tendono a interiorizzare la precarietà e a normalizzare il disagio, trovando strategie di adattamento che riducono sia la voce sia l’uscita dal sistema, anche perché spesso mancano alternative. La normalizzazione del disagio è una delle forme più sottili di violenza sistemica: insegna a non protestare, a non avanzare pretese, a ritenersi fortunati per ciò che si ha.

Il rapporto Caritas “Povertà e Salute Mentale” del 2025 mette in fila i dati con una chiarezza difficile da eludere. Nell’ultimo decennio i disturbi depressivi tra le persone accolte dalla rete Caritas sono aumentati del 154%, di gran lunga superiore alla crescita complessiva dell’utenza. Quasi l’80% delle persone con disagio psicologico presenta tre o più ambiti di bisogno simultanei — lavoro, casa, salute, relazioni familiari — in traiettorie di fragilità complesse e interdipendenti. E tra i profili più ricorrenti compaiono esplicitamente i padri separati working poor e i giovani tra i 18 e i 25 anni con ansia, attacchi di panico, depressioni ad alto funzionamento, autolesionismo. Il legame tra povertà e salute mentale è bidirezionale e circolare: la povertà aumenta il rischio di disturbi psicologici attraverso stress cronico, esclusione sociale e difficoltà materiali, e il disagio mentale compromette a sua volta lavoro, reddito e inserimento sociale, incrementando la povertà. La condizione abitativa è uno dei nodi più critici di questo circolo. Lo stress cronico da abitare precario si traduce in un corpo che non riesce a riposare, che porta in sé la tensione dell’instabilità, che non sa dove mettere le radici.

Per capire perché questa situazione sia diventata strutturale — e perché non venga percepita come tale — bisogna fare un passo indietro di trent’anni. Dagli anni Novanta in poi, l’unico paradigma culturalmente legittimato per pensare il successo personale è stato quello della performance individuale: sei ciò che produci, vali quanto riesci a vendere di te stesso sul mercato. Byung-Chul Han ha descritto con precisione chirurgica il meccanismo. La società della prestazione non opprime dall’esterno come la vecchia disciplina fordista. Il soggetto neoliberale non percepisce la propria condizione come oppressiva, perché il potere si manifesta come eccesso di possibilità, come invito alla realizzazione di sé. Diventa al tempo stesso sfruttatore e sfruttato, in un ciclo di autosfruttamento che non ha un antagonista visibile contro cui rivoltarsi. Ogni fallimento viene interiorizzato come colpa personale: non sono abbastanza intraprendente, non sono abbastanza flessibile, non sono abbastanza smart. Il burnout, in questo quadro, non è un incidente di percorso. È la conseguenza logica di un sistema che chiede performance incessante in condizioni materiali che rendono la performance impossibile.

Slavoj Žižek ha osservato che il cinismo contemporaneo funziona così: le persone sanno perfettamente come stanno le cose, riconoscono l’ideologia, la smontano intellettualmente, eppure continuano ad agire come se non lo sapessero. Il giovane precario sa benissimo che qualcosa non va nel sistema. Sa che i suoi genitori, alla sua età, avevano un mutuo. Sa che il suo stipendio non crescerà abbastanza in fretta. Eppure continua a ottimizzare il suo profilo LinkedIn, ad aggiungere certificazioni, ad allenarsi per il mercato. La voce che su Instagram interpreta ansia e depressione come effetti sistemici di condizioni lavorative precarie, salari insufficienti, assenza di prospettive future — quella voce non sbaglia. È semplicemente un linguaggio condiviso per esprimere frustrazione sociale che il sistema politico tradizionale non riesce ancora a intercettare. Quello che manca è il passaggio dall’interpretazione all’azione collettiva. Finché ogni precario vive la sua precarietà come problema individuale, finché ogni forma di disagio psicologico viene trattata come patologia personale da risolvere in terapia, il sistema rimane stabile. La salute mentale dei giovani non è una questione clinica: è una questione di determinanti sociali, di condizioni strutturali che producono sofferenza su scala.

C’è una parola che attraversa tutti questi temi e che ancora fatica ad entrare nel dibattito politico italiano: solitudine. La Commissione OMS sulla Connessione Sociale, nel suo rapporto presentato nel giugno 2025, ha stimato che la solitudine non desiderata colpisce quasi una persona su sei nel mondo, causa oltre 870.000 decessi ogni anno, e che i giovani siano tra le fasce più colpite insieme ad anziani, migranti e persone con disabilità. A maggio 2025 l’Assemblea Mondiale della Sanità ha formalmente integrato la connessione sociale tra i determinanti della salute pubblica, elevando un bisogno umano universale a parametro politico misurabile. La solitudine non è un’emozione. È una condizione strutturale prodotta da ambienti sociali che hanno eroso progressivamente le infrastrutture della prossimità: i negozi di quartiere, i centri civici, gli spazi pubblici di aggregazione, le reti di vicinato. Una casa a prezzo accessibile in un quartiere privo di servizi e di legami non è una soluzione: è un confino. E la stanza condivisa con sconosciuti su un mercato degli affitti opaco e speculativo spesso produce solitudine in forma ancora più acuta, perché aggiunge l’isolamento nello spazio ristretto alla mancanza di legami autentici. Il Cultural Welfare Center, che ha curato la traduzione italiana del rapporto OMS, nomina questa condizione “povertà relazionale” — una categoria che collega esplicitamente la fragilità abitativa all’impoverimento dei legami sociali.

Nel febbraio 2026, il governo spagnolo ha fatto qualcosa di straordinario. Ha deciso che la solitudine non può più essere un problema privato, un destino individuale, e l’ha trasformata in una questione di Stato. Il Consiglio dei Ministri ha approvato il Marco Estratégico Estatal de las Soledades 2026-2030, la prima strategia nazionale contro la solitudine non desiderata nella storia spagnola: un piano trasversale che coinvolge undici ministeri, le comunità autonome, gli enti locali e il Terzo Settore. Il documento usa intenzionalmente il plurale — soledades — perché riconosce la pluralità delle forme di isolamento. Secondo il Barometro 2024 dell’Observatorio Soledades, il tasso più elevato di percezione della solitudine non è tra gli anziani — è tra i giovani dai 18 ai 24 anni, dove raggiunge il 35%, con due su tre che vivono questa condizione da più di due anni. La povertà moderata aumenta il rischio di solitudine del 38,5%. Il disoccupato sperimenta una solitudine doppia rispetto a chi lavora. E il 64,3% delle persone che si sentono sole attribuisce la causa a fattori esterni — mancanza di famiglia, isolamento lavorativo, contesti che non aiutano — piuttosto che a una scelta personale. Il ministro Pablo Bustinduy ha presentato la strategia con parole nette: il problema non è la solitudine in sé, ma quella imposta, quella che non è stata scelta. L’Italia, allo stato attuale, non dispone ancora di una strategia nazionale organica. Mentre otto Paesi occidentali hanno già attivato piani nazionali, l’Italia gestisce l’isolamento sociale come problema individuale, affidato ai singoli assistenti informali. La solitudine aumenta del 50% il rischio di demenza e del 30% la mortalità precoce — eppure non è ancora entrata nell’agenda politica come emergenza strutturale.

Esiste però anche un’altra storia, che scorre parallela a quella della fuga verso i centri urbani. Nella precarietà esistenziale, alcuni giovani delle aree interne stanno sperimentando forme di abitare multilocale — un pendolarismo esistenziale tra il paese d’origine e la città del lavoro — che sovverte il moto migratorio unidirezionale degli ultimi decenni. La restanza — il termine con cui l’antropologo Vito Teti ha nominato la scelta di rimanere nei luoghi d’origine — sta diventando qualcosa di più di una postura nostalgica. Sta diventando una pratica politica. Restare in un paese dell’Appennino, o in un borgo del Sud, o in una periferia del Nord svuotata dalla deindustrializzazione, significa rifiutare la logica per cui il valore di una persona dipende dalla sua prossimità ai centri del potere economico. Ma la restanza senza infrastrutture, senza servizi, senza connessioni, rischia di trasformarsi in ghetto piuttosto che in scelta. Il discorso sull’accesso alla casa per i giovani non può essere separato dallo sviluppo delle aree di provincia: sostenere i servizi, le opportunità di lavoro e la mobilità in questi territori è la condizione perché il restare diventi un atto libero.

La risposta più radicalmente alternativa al paradigma dell’individualismo performativo viene però dall’interno delle città stesse, dalle esperienze di cohousing e coliving che stanno lentamente moltiplicandosi in tutta Europa. Le nuove generazioni stanno ridefinendo significati e pratiche dell’abitare: cresce l’interesse per l’affitto rispetto alla proprietà, e per soluzioni collaborative e sostenibili che condividono spazi e risorse. Il cohousing è un esperimento di soggettività collettiva in un tempo che ha dichiarato la morte del collettivo. L’esperienza di Porto 15 a Bologna — uno dei primi progetti di cohousing completamente pubblico in Italia, attivo dal 2017 — lo dimostra con evidenza. I giovani che arrivano a Bologna non hanno bisogno solo di un alloggio a prezzi accessibili: sperimentano un grande bisogno di relazioni. Porto 15 dimostra come solidarietà e cittadinanza attiva possano essere promosse dalle istituzioni, stimolando le comunità locali a organizzarsi, ampliarsi e influenzare il cambiamento istituzionale. Quello che emerge da queste esperienze è qualcosa che nessuna policy può produrre dall’alto: uno spirito critico condiviso. Quando si vive insieme, quando si condividono spazi e spese e problemi, diventa molto più difficile mantenere l’illusione che la propria precarietà sia un problema individuale. Han intuisce qualcosa di simile nella sua riflessione sulla stanchezza come potenza di sospensione: la stanchezza condivisa — quella che riconcilia invece di isolare — può diventare il germe di una comunità che non ha bisogno di parentele per stare insieme.

La crisi abitativa è principalmente il frutto di un sostanziale abbandono della questione casa da parte dei governi. L’assenza di un intervento regolativo che normasse i canoni, gli affitti brevi, il patrimonio sfitto, ha favorito la diffusione di fenomeni speculativi e l’innalzamento incontrollato dei costi. L’Unione Europea ha lanciato a dicembre 2025 l’European Affordable Housing Plan. Il governo italiano ha dichiarato l’intenzione di varare un Piano Casa per mettere a disposizione centomila nuove abitazioni a prezzi calmierati nei prossimi dieci anni, ma nel momento in cui scriviamo i contenuti ancora non si conoscono. Manca, soprattutto, il riconoscimento politico che la solitudine non desiderata, la salute mentale dei giovani e la crisi abitativa siano tre facce dello stesso problema. Che una strategia nazionale contro la solitudine — come quella che la Spagna ha avuto il coraggio di costruire — sia anche una strategia per l’abitare, per il lavoro, per la salute mentale, per la democrazia. Senza infrastrutture sociali — scuole, servizi sanitari, spazi di aggregazione, reti di vicinato — qualsiasi piano casa rischia di creare dormitori piuttosto che comunità.

Gli unsmart working poors di cui parliamo non sono una categoria statistica. Sono persone concrete, con desideri concreti, intrappolate in una struttura che ha fatto dell’autodeterminazione una promessa e della precarietà una colpa. Sono i giovani che al mattino controllano l’affitto e la scadenza del contratto prima ancora di guardare fuori dalla finestra. Sono i lavoratori che guadagnano abbastanza da non accedere agli aiuti ma non abbastanza da vivere dignitosamente. Sono quelli che su Instagram scrivono di ansia e precarietà esistenziale e che, senza saperlo, stanno costruendo un linguaggio politico nuovo — uno che il sistema politico tradizionale ancora non sa ascoltare. Il circolo vizioso tra precarietà abitativa, fragilità lavorativa, isolamento sociale e disagio psicologico non si spezza con politiche settoriali. Si spezza quando si riconosce la struttura che lo produce.

Han aveva ragione su un punto fondamentale: la stanchezza che isola è diversa dalla stanchezza che unisce. La prima è quella del soggetto di prestazione che non riesce a fermarsi, che converte ogni esaurimento in senso di colpa. La seconda è quella di chi — condividendo una casa, un cortile, un progetto — scopre che la propria fragilità è anche quella dell’altro, e che in questa condivisione c’è il germe di qualcosa che assomiglia alla cura. Nominarla è il primo atto. Costruire le condizioni perché diventi azione collettiva — case accessibili, infrastrutture relazionali, politiche che riconoscano la connessione sociale come diritto — è quello che i governi, i Comuni e le comunità locali hanno davanti a sé. La casa non è dove si dorme. È dove si diventa chi si è. Una generazione a cui viene sottratta la possibilità di abitare è una generazione a cui viene sottratta la possibilità di diventare. E questo non è un problema generazionale. È una questione di civiltà.

A cura di Daniele Casolino.

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