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Oggi, se non hai già quasi tre milioni di voti distribuiti in tutta Italia, presentare un nuovo movimento alle prossime elezioni politiche diventa un’impresa quasi impossibile.

E adesso vediamo perché.

È passata circa una settimana dall’approvazione al Senato della modifica che porta a 6.000 le sottoscrizioni richieste per collegio alle nuove formazioni politiche che non rientrano nelle esenzioni previste.

La norma non è ancora definitivamente approvata: il Senato ha modificato il testo il 15 settembre e il provvedimento è tornato alla Camera.

Eppure questa notizia non sembra aver prodotto nel dibattito pubblico un’attenzione proporzionata alle sue possibili conseguenze.

Forse anche perché 6.000 firme, detto così, non sembra un numero enorme.

Il problema è che non sono 6.000 firme in tutta Italia.

Sono 6.000 firme per ogni collegio.

E non basta avere tanti sostenitori concentrati in una parte del Paese. Le firme vanno raccolte territorialmente, nei singoli collegi: devi essere in grado di mobilitare persone in Lombardia come in Sicilia, in Piemonte come in Sardegna, in Friuli-Venezia Giulia come in Puglia.

Prima ancora di andare alle elezioni, devi quindi avere una struttura politica e organizzativa diffusa in tutto il Paese.

Facciamo due conti.

Alla Camera i collegi plurinominali sono 49.

6.000 × 49 significa:

294.000 sottoscrizioni.

Per il Senato esistono altri 26 collegi plurinominali. Ma prendiamo apposta lo scenario più favorevole possibile: immaginiamo che tutte le persone mobilitate per la Camera possano sottoscrivere anche per il Senato.

Fermiamoci quindi a:

294.000 persone.

Ora facciamo un’ipotesi dichiaratamente teorica.

Se un movimento riesce a convincere a presentarsi fisicamente a firmare una persona ogni dieci tra quelle che sarebbero disposte a votarlo, il conto diventa:

294.000 × 10 = 2.940.000 potenziali elettori.

Quasi tre milioni di voti potenziali.

E allora la domanda diventa: ma quanti sono tre milioni di voti?

Per avere un termine di paragone, alle elezioni politiche del 2022 una lista con circa 2,94 milioni di voti avrebbe raccolto poco più del 10% e si sarebbe collocata al quarto posto, dietro Fratelli d’Italia, Partito Democratico e Movimento 5 Stelle e davanti a Lega, Forza Italia e Azione–Italia Viva. I dati ufficiali del Senato riportano, per esempio, il 26,04% a Fratelli d’Italia e il 18,99% al PD.

Stiamo dicendo che, se riesci a trasformare in firme un potenziale elettore su dieci, per superare la barriera delle sottoscrizioni devi già disporre di un bacino elettorale teoricamente comparabile a quello di una forza che nel 2022 sarebbe stata la quarta del Paese.

In altre parole: per poter verificare alle urne quanto consenso hai, devi prima dimostrare di essere già una forza politica nazionale molto consistente.

E c’è un’altra difficoltà molto concreta.

Quelle sottoscrizioni non possono essere raccolte normalmente con un clic online.

La normativa prevede la firma digitale solo in casi particolari, per esempio per elettori con gravi impedimenti fisici certificati. Per la raccolta ordinaria restano invece le procedure tradizionali, con sottoscrizioni da autenticare attraverso i soggetti previsti dalla legge.

Significa organizzazione sul territorio, punti di raccolta, autenticatori, volontari e cittadini che devono materialmente partecipare alla procedura.

E tutto questo va fatto collegio per collegio.

Le firme naturalmente servono: è ragionevole chiedere a una formazione politica di dimostrare di possedere un minimo di radicamento e impedire la proliferazione di liste completamente prive di seguito.

Il problema è capire dove si trovi il limite.

Perché c’è una differenza enorme tra chiedere a un nuovo movimento di dimostrare di esistere e chiedergli, prima ancora di poter competere, di possedere una macchina politica nazionale capace di mobilitare quasi 300.000 cittadini distribuiti territorialmente.

C’è poi un altro elemento.

Le condizioni previste non sono identiche per tutte le forze politiche: il testo mantiene regimi più favorevoli per alcune formazioni già rappresentate in Parlamento, mentre il requisito più pesante riguarda soprattutto chi oggi nelle Camere non c’è.

Ed è proprio questo il punto sul quale sarebbe utile una discussione pubblica molto più ampia.

Perché la domanda non riguarda soltanto i piccoli partiti di oggi.

Riguarda la possibilità che domani possano nascerne di nuovi.

Quanto può diventare alta una barriera d’ingresso prima di smettere di misurare il radicamento e cominciare a rendere strutturalmente più difficile l’ingresso di nuovi concorrenti politici?

Una democrazia non vive soltanto della possibilità di scegliere tra i partiti che esistono già.

Vive anche della possibilità che ne nascano di nuovi.

A cura di Nicola Zanola.

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