Stefania Minciullo

Cultura, territori e comunità possono diventare il punto di partenza per costruire nuove connessioni e generare cambiamento.

Ne abbiamo parlato con Stefania Minciullo, operatrice culturale e progettista che lavora tra organizzazione teatrale, sviluppo di reti, progettazione culturale e processi partecipativi.

In questa intervista ci racconta il suo percorso, le sfide che attraversano il territorio marchigiano e la sua idea di innovazione sociale: un processo che parte dall’ascolto, mette in relazione persone e competenze e prova a costruire qualcosa capace di restare nel tempo.

Ciao Stefania, ci racconti in breve chi sei, di cosa ti occupi, del tuo lavoro e dei tuoi progetti?

Sono un’operatrice culturale e progettista, mi occupo di ideare, coordinare e accompagnare progetti che mettono in relazione cultura, territori e comunità. Lavoro tra organizzazione teatrale, sviluppo di reti, progettazione culturale e processi partecipativi, collaborando con compagnie, festival, enti e organizzazioni. Negli ultimi anni ho seguito produzioni e progetti teatrali, percorsi di rigenerazione territoriale, festival e attività di coinvolgimento delle comunità. Parallelamente sto sviluppando alcuni progetti personali, tra cui laboratori di ricamo e parola con Penelope esce sola e percorsi dedicati alla lettura e alla valorizzazione dei luoghi e dei paesaggi. Mi interessa soprattutto costruire connessioni: tra persone, competenze, organizzazioni e territori, trasformandole in progetti concreti e sostenibili.

Come mai hai deciso di intraprendere questo percorso? Che cosa ti motiva e ti interessa veramente?

Quello che mi motiva davvero è lavorare nei punti in cui cultura, persone e territori si incontrano. Mi interessa capire come un progetto culturale possa generare relazioni, far emergere risorse già presenti in una comunità e contribuire a trasformare il modo in cui un luogo viene vissuto e raccontato. Ho intrapreso questo percorso perché, dopo molti anni di lavoro nell’organizzazione teatrale e culturale, ho capito che ciò che mi interessa maggiormente non è soltanto realizzare eventi o produzioni, ma costruire processi: mettere in connessione persone, competenze e organizzazioni, facilitare collaborazioni e creare le condizioni perché un progetto possa lasciare qualcosa anche dopo la sua conclusione. Negli anni questa attenzione mi ha portata a lavorare sempre più sulla progettazione culturale, sulle reti territoriali, sul coinvolgimento delle comunità e sui contesti fragili o periferici. Oggi sento il bisogno di consolidare ulteriormente questo percorso, acquisendo strumenti e prospettive che mi permettano di rendere il mio lavoro più consapevole, strutturato e capace di produrre un impatto reale.

Quali sono le criticità più importanti nel tuo territorio?

Vivo nelle Marche, un territorio che percepisco attraversato da forti contraddizioni. Da una parte ci sono una grande ricchezza paesaggistica, culturale, artigianale e una rete diffusa di piccole comunità; dall’altra emergono fenomeni di spopolamento e invecchiamento, soprattutto nelle aree interne, difficoltà di accesso ai servizi e una crescente distanza tra costa ed entroterra. Anche lungo la costa, dove vivo, vedo una forte pressione antropica e una progressiva perdita di relazione con il paesaggio e con gli elementi naturali che lo attraversano. Le Marche hanno, ad esempio, una delle coste più artificializzate d’Italia: nel 2024 risultava consumato il 45,7% del suolo entro i primi 300 metri dalla linea di costa. Questo ha conseguenze non solo ambientali, ma anche culturali: spesso abitiamo i territori senza conoscerli davvero e senza sentirci responsabili della loro cura. Un’altra criticità che considero importante è la frammentazione: esistono molte associazioni, istituzioni, competenze e iniziative interessanti, ma non sempre riescono a dialogare e a costruire progettualità comuni e continuative. Per questo credo che uno dei bisogni principali del territorio sia ricostruire connessioni: tra costa e aree interne, tra generazioni, tra comunità e paesaggio e tra soggetti pubblici, culturali e sociali. È anche qui che riconosco il possibile contributo del mio lavoro.

Nel tuo territorio cosa dovrebbe portare l’innovazione sociale per generare un vero cambiamento?

Nel mio territorio credo che l’innovazione sociale dovrebbe prima di tutto riuscire a ricucire ciò che oggi è frammentato: territori, generazioni, competenze, istituzioni e comunità. Il cambiamento reale non nasce necessariamente da progetti completamente nuovi, ma dalla capacità di mettere in relazione risorse che già esistono e che spesso lavorano in modo isolato. Servono quindi processi continuativi di collaborazione tra enti pubblici, associazioni, imprese, scuole, realtà culturali e cittadini, superando la logica degli interventi episodici e dei singoli eventi. Un altro elemento fondamentale è riportare le persone dentro i processi decisionali e progettuali, non soltanto come destinatarie ma come soggetti capaci di produrre conoscenza, proposte e cura del territorio. Questo è particolarmente importante nelle aree interne e nei contesti più fragili, dove la perdita di servizi, opportunità e relazioni rischia di alimentare ulteriore marginalità. Per me l’innovazione sociale dovrebbe quindi produrre soprattutto infrastrutture relazionali: reti stabili, luoghi di incontro, competenze condivise e nuove forme di collaborazione. Solo così un progetto può diventare qualcosa che resta e genera cambiamento anche dopo la sua conclusione.

Quale contributo ti piacerebbe portare all’interno del gruppo Solar?

Mi piacerebbe portare nel gruppo soprattutto uno sguardo capace di tenere insieme visione e concretezza. Nel mio lavoro parto spesso dall’ascolto dei territori e delle persone, dalla mappatura delle risorse e delle relazioni già esistenti, per poi trasformare questi elementi in progettualità sostenibili e condivise. Credo quindi di poter contribuire con competenze di progettazione culturale e sociale, costruzione di reti, facilitazione dei processi e coordinamento tra soggetti diversi. Mi interessa anche portare un’attenzione particolare alla dimensione territoriale dei progetti: capire per chi stiamo progettando, con chi, quali bisogni reali intercettiamo e cosa può restare dopo la fine di un finanziamento o di una singola iniziativa. Allo stesso tempo mi piacerebbe confrontarmi con approcci, competenze e metodologie diverse dalle mie, perché considero il gruppo un luogo in cui non solo mettere a disposizione esperienza, ma anche affinare strumenti e costruire nuove possibilità di lavoro comune.

Cosa vedi nel futuro dell’innovazione sociale?

Nel futuro dell’innovazione sociale vedo soprattutto la necessità di passare dalla sperimentazione alla continuità. Negli ultimi anni sono nati molti progetti interessanti, ma il vero cambiamento dipenderà dalla capacità di renderli parte stabile dei territori, delle politiche pubbliche e delle organizzazioni. Credo che sarà sempre più importante lavorare in modo trasversale, mettendo insieme cultura, welfare, ambiente, educazione e sviluppo locale. Le sfide che abbiamo davanti sono troppo complesse per essere affrontate da un solo settore o da un solo soggetto. Vedo inoltre un ruolo crescente per le comunità, non come semplici beneficiarie ma come produttrici di conoscenza e di soluzioni. Allo stesso tempo, penso che tecnologie e strumenti digitali potranno essere utili solo se capaci di rafforzare relazioni, accessibilità e partecipazione, senza sostituire il lavoro umano e territoriale. Per me il futuro dell’innovazione sociale sarà quindi nella capacità di costruire alleanze durature, sperimentare con metodo e trasformare le buone pratiche in infrastrutture sociali reali.

Che consigli daresti a una persona che vuole intraprendere una strada simile alla tua?

Consiglierei prima di tutto di fare esperienza sul campo, entrando nei progetti reali e osservando come funzionano davvero organizzazioni, territori e comunità. In questo lavoro la teoria è importante, ma lo sono altrettanto la capacità di ascoltare, adattarsi, costruire relazioni e affrontare problemi molto concreti. Suggerirei anche di non avere fretta di definirsi troppo presto. Il mio percorso è nato dall’incontro tra organizzazione culturale, progettazione, lavoro di rete e territori, e molte competenze le ho costruite proprio attraversando ambiti diversi. È importante poi imparare a riconoscere il valore del proprio lavoro, anche economicamente, e a mettere confini chiari: nei settori culturale e sociale il rischio di lavorare molto per passione, disponibilità o senso di responsabilità è reale. Infine, consiglierei di coltivare curiosità e relazioni, ma anche una propria visione. Le reti sono fondamentali, però diventano davvero utili quando si sa che tipo di cambiamento si vuole contribuire a generare.

Stefania fa parte del gruppo Solar, il gruppo di attivistɜ che si riunisce online ogni mercoledì per decidere le iniziative e la linea editoriale della nostra community.

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