Restare umani in tempi di crisi
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Cosa succede al cervello quando viviamo troppo a lungo in uno stato di allerta?
C’è un esperimento degli anni ’70 che continua a tornare nelle riflessioni sul presente, si chiama Universe 25.
L’etologo John Calhoun costruì per alcuni topi una società apparentemente perfetta: cibo illimitato, temperatura costante, nessun predatore, spazio sufficiente. Tutto ciò che serviva per vivere. Eppure quella colonia collassò. Non per fame e neanche per mancanza di risorse, ma per l’erosione progressiva del comportamento sociale. Alcuni topi smisero di relazionarsi, altri si isolarono completamente.
Comparvero violenza casuale, ritiro sociale e perdita di connessione con il gruppo. Calhoun parlò di “morte del comportamento sociale” prima ancora della morte biologica.
La domanda inquietante non è cosa sia successo ai topi ma quanto di tutto questo ci assomiglia?
Oggi viviamo immersi in condizioni che mantengono il sistema nervoso costantemente esposto a stimoli, alimentando un senso di urgenza e iperconnessione, eppure molte persone sperimentano stanchezza cronica, isolamento, difficoltà a stare nel presente e paura costante del futuro. Non è solo una sensazione individuale ma c’entra anche il modo in cui i nostri sistemi nervosi stanno reagendo all’ambiente che abbiamo costruito.
Ne abbiamo parlato con Daniele Casolino – psicologo, formatore e changemaker – nel webinar “Essere umani: approcci neuroscientifici per comprendere il comportamento in tempo di crisi”. Il punto di partenza è molto semplice: il nostro cervello non è progettato per vivere in uno stato di emergenza permanente. Quando percepiamo un pericolo, il corpo si attiva:
Questo meccanismo è utile. In certi momenti ci permette di reagire, proteggerci, performare meglio. Il problema nasce quando il ciclo non si chiude mai. Quando tutto diventa urgente, quando il futuro è precario. Quando la connessione si trasforma in esposizione continua. Quando i social media tengono il cervello in una costante attesa di ricompensa.
Ogni notifica, ogni like, ogni refresh attiva il circuito dopaminergico dell’anticipazione. Una dinamica molto simile a quella delle slot machine: ricompensa imprevedibile, attesa continua, attenzione catturata. Il risultato è un sistema nervoso che resta acceso troppo a lungo.
Uno dei punti più interessanti emersi durante il webinar riguarda la differenza tra connessione digitale e connessione incarnata.
L’ossitocina — il neuromodulatore legato alla fiducia, alla vicinanza e alla regolazione emotiva — si attiva soprattutto nelle relazioni vissute attraverso il corpo e la condivisione di uno spazio e di un tempo comune: uno sguardo, una voce, il contatto fisico o un momento trascorso insieme.
Il nostro sistema nervoso ha bisogno anche di questo tipo di connessione per sentirsi al sicuro. E forse una delle grandi contraddizioni del presente è proprio questa: siamo sempre connessi, ma sempre più raramente presenti gli uni per gli altri.
C’è poi un altro livello ancora più profondo: il modo in cui media, politica e social costruiscono e raccontano la realtà.
Secondo diverse ricerche neuroscientifiche, il cervello umano legge la realtà attraverso narrazioni, non semplicemente attraverso dati. Le narrazioni attivano paura, identità, appartenenza e chi conosce questi meccanismi può orientare il modo in cui percepiamo il mondo.
Daniele spiega come la comunicazione costruita attorno alla minaccia permanente possa comprimere il pensiero critico e aumentare la polarizzazione.
Quando viviamo costantemente in allerta: diventa più difficile tollerare la complessità, aumentano rigidità e chiusura, diminuisce la capacità empatica verso chi percepiamo come “altro”. Non riguarda solo la politica ma riguarda il modo in cui costruiamo comunità, conflitti, relazioni.
Forse il punto più importante emerso durante il webinar è questo: restare umani significa creare condizioni che aiutino il sistema nervoso a non restare costantemente in uno stato di allerta. Significa dedicare tempo a relazioni, contesti e attività che aiutino il sistema nervoso a regolare lo stress, ridurre l’iperattivazione e sentirsi più al sicuro nelle relazioni con gli altri.
In un sistema che ci vuole costantemente performanti, reattivi e iperstimolati, la vera domanda forse è un’altra: come possiamo continuare a costruire relazioni, presenza e comunità senza restare intrappolati nella modalità sopravvivenza?
Perché il rischio non è solo diventare più stanchi. Quando il sistema nervoso resta troppo a lungo in uno stato di allerta continua, diventa più difficile rallentare, sentirsi al sicuro e immaginare il futuro.
Forse anche per questo oggi restare umani significa creare spazi e relazioni che permettano al sistema nervoso di uscire, almeno in parte, dall’allerta continua.
A cura di Teresa Gaia Russo.
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