Alessandrov

Esistono percorsi che non seguono una linea retta, ma si evolvono come ecosistemi, arricchendosi di ogni esperienza attraversata. Quello di Alessandro Valente è uno di questi. Da giovane volontario dell’Operazione Mato Grosso a educatore, fino alla scoperta della permacultura e del design dei sistemi complessi, Alessandro ha costruito un ponte solido tra i valori del servizio e il pragmatismo del project management.

Oggi, da Torino, opera come consulente e facilitatore di processi di rigenerazione urbana e sociale attraverso il suo framework “Progettare il Domani”. In questa intervista, ci accompagna nel cuore della sua visione: un’innovazione sociale che rifugge dalle etichette superficiali per “sporcarsi le mani” con la realtà dei territori, integrando analisi dei dati, intelligenza artificiale e metodologie partecipative.

Alessandro si unisce alla community di Apical portando nel gruppo una sfida chiara: trasformare l’attivismo in azioni tecnicamente solide, economicamente sostenibili e socialmente radicate.

Ciao Alessandro, ci racconti in breve chi sei, di cosa ti occupi, del tuo lavoro e dei tuoi progetti?

Sono un professionista e consulente che unisce competenze di design, ricerca sociale e project management per guidare processi di rigenerazione complessi. Il mio lavoro si basa su un approccio iterativo e di co-creazione, applicato attraverso il framework Progettare il Domani ©, per sviluppare soluzioni che migliorino il benessere delle persone e la salute degli ambienti da esse popolati. Utilizzando metodologie partecipative e l’analisi avanzata dei dati (anche attraverso l’intelligenza artificiale), facilito processi di cambiamento che vedono nella progettazione il catalizzatore per un futuro rigenerativo e trasformativo.

Come mai hai deciso di intraprendere questo percorso? Che cosa ti motiva e ti interessa veramente?

Alcuni momenti della mia vita sono stati di svolta. A 17 anni sono stato un giovane volontario dell’Operazione Mato Grosso e tramite quell’esperienza ho deciso di dichiararmi obiettore di coscienza al servizio militare. Il servizio civile mi ha dato l’opportunità di imparare moltissimo sul tema della nonviolenza e dei conflitti e, inoltre, di scoprire cosa fosse il “servizio verso l’altro”. Così ho deciso di diventare educatore. Svolgendo questa professione sono stato a contatto con tante persone e con tanti tipi di sofferenza. Ho capito, tra le altre cose, che non c’è limite alla mente umana. È stato il primo contesto in cui sono cresciuto professionalmente. A inizio anni 2000 ho “scoperto” la permacultura che mi ha cambiato la vita: da allora ho trasformato – e ancora oggi sono in apprendimento e in cammino – il mio modo di progettare. Ho imparato, nel tempo, che la permacultura è un’architettura complessa, un framework a tutti gli effetti, che integra aspetti valoriali e progettuali. Per qualche anno ho lavorato in ambienti commerciali, confermando taluni pregiudizi e smentendone molti di più: il lavoro con le persone è sempre interessante, dipende molto a cosa si dà valore. Ora, un po’ più maturo, ritengo che sia fondamentale spendersi nella costruzione di processi di cambiamento socio-ecologico, senza esitare, mettendo in gioco tutte le conoscenze, esperienze e competenze acquisite negli anni.

Quali sono le criticità più importanti nel tuo territorio?

Il territorio di Torino e della regione Piemonte presenta una complessa interdipendenza tra sfide ambientali, sociali ed economiche. La criticità più pressante riguarda la qualità dell’aria, dove le caratteristiche del bacino padano si intrecciano con un ambiente costruito ad alta densità; questo richiede una rigenerazione urbana profonda, capace di integrare forestazione e mobilità sostenibile (come il completamento della Linea 2 della metro) per mitigare l’impatto climatico. Sotto il profilo economico e tecnologico, il territorio vive una delicata fase di transizione: il superamento del modello ‘città-fabbrica’, legato all’automotive, impone una riqualificazione industriale che sappia sfruttare l’innovazione digitale, pur gestendo le incertezze occupazionali derivanti dal cambiamento dei mercati globali. Dal punto di vista sociale e culturale, l’invecchiamento demografico e la denatalità rappresentano una sfida strutturale, che mette sotto pressione il sistema della sanità pubblica e i servizi alla persona. Queste dinamiche richiedono nuovi modelli di welfare e una valorizzazione del patrimonio culturale e universitario, asset fondamentali per attrarre nuovi capitali umani e contrastare il rischio di marginalizzazione di alcune periferie e aree interne della regione.

Nel tuo territorio cosa dovrebbe portare l’innovazione sociale per generare un vero cambiamento?

Per generare un cambiamento reale a Torino e in Piemonte, l’innovazione sociale deve smettere di rincorrere ‘progetti vetrina’ o etichette di sostenibilità superficiali che non incidono sulla struttura dei problemi. Serve, invece, un approccio basato sulla progettazione della complessità, come quello che promuovo con il framework Progettare il domani. Per questo territorio significa, ad esempio, che la rigenerazione delle aree ex industriali o delle periferie non può limitarsi a interventi architettonici, ma deve integrare fin da subito nuovi modelli economici, servizi di welfare e di prossimità. Quest’ultima parola è da declinarsi al plurale. L’innovazione deve agire come un collante tra sistemi diversi: non basta la tecnologia se non è accompagnata da una trasformazione culturale che renda le persone capaci di utilizzarla. Il territorio ha bisogno di azioni che sappiano connettere le risorse tecnologiche esistenti con i bisogni sociali reali, creando impatti misurabili e duraturi nel tempo, invece di interventi isolati.

Quale contributo ti piacerebbe portare all’interno del gruppo?

All’interno del gruppo vorrei portare un approccio alla progettazione basato sulla complessità, lontano dalle soluzioni preconfezionate o dalla sostenibilità di facciata. Metto a disposizione l’esperienza maturata con il mio framework (Progettare il domani), non come una verità assoluta, ma come un metodo di lavoro per connettere visione e pragmatismo nel campo dell’innovazione sociale. Allo stesso tempo, entro in Apical con una forte spinta a mettermi in gioco su ciò che ancora non conosco: mi interessa esplorare nuove tecnologie e linguaggi che possano potenziare l’impatto dei progetti territoriali. Credo molto nello scambio intergenerazionale: da un lato posso offrire una prospettiva strutturata e metodologica, dall’altro cerco il confronto con chi ha sguardi diversi per contaminare le mie competenze. Il mio obiettivo è portare sostanza progettuale, trasformando l’attivismo in azioni che siano tecnicamente solide, economicamente sostenibili e socialmente radicate.

Cosa vedi nel futuro dell’innovazione sociale?

Nel futuro dell’innovazione sociale vedo soprattutto la necessità di concretezza. Immagino un percorso che si muova su questi punti:

– Dalle idee ai sistemi: credo che il tempo degli esperimenti isolati stia finendo. Il futuro riguarda la capacità di far parlare tra loro pezzi diversi della società — chi costruisce le città, chi gestisce i servizi e chi vive i quartieri — per creare soluzioni che durino nel tempo e non solo per la durata di un bando.

– Gestire la realtà, non semplificarla: i problemi di oggi sono un intreccio di fattori economici, ambientali e sociali. L’innovazione non deve cercare la ‘soluzione magica’ o l’app definitiva, ma deve saper stare dentro questa complessità con strumenti di progettazione seri, che accettino anche i tempi lunghi del cambiamento.

– Sostanza oltre la superficie: mi aspetto un’innovazione che “si sporchi le mani” con i bisogni reali. Meno slogan sulla sostenibilità e più attenzione a come i progetti impattano davvero sulla vita delle persone e sulla tenuta economica del territorio.

Che consigli daresti a una persona che vuole intraprendere una strada simile alla tua?

Il primo consiglio è semplice ma fondamentale: studia quando è ora. Non smettere mai di approfondire la teoria, perché per gestire la complessità servono strumenti solidi, non solo buone intenzioni. Accanto allo studio, coltiva una curiosità instancabile: guarda fuori dal tuo settore, contamina i tuoi pensieri, non darti mai per “arrivato”. Un altro aspetto centrale è la tenacia. Lavorare per il benessere ecosistemico è un imperativo etico e professionale, ma è difficile e i risultati non sono immediati. Non mollare mai! Infine, non isolarti. Sforzati di essere un nodo attivo della rete: un punto di scambio da cui partono e a cui arrivano mille stimoli. L’innovazione sociale non si fa da soli, ma dentro un flusso costante di relazioni e competenze condivise.

Alessandro fa parte del gruppo Solar, il gruppo di attivistɜ che si riunisce online ogni mercoledì per decidere le iniziative e la linea editoriale della nostra community.

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