Un General Assembly Hall

L’immagine è quella del corvo che, dopo aver strappato gli occhi alla preda, riceve un premio per averla lasciata andare, mentre la preda, accecata, deve trovare da sola la via per sopravvivere. 

Sembra una scena assurda, un incubo di logica contorta?  

Eppure, questa metafora descrive perfettamente, a mio avviso, un fenomeno storico che ha “legalmente” risarcito coloro che hanno oppresso e sfruttato, premiandoli per aver “perso” il diritto di farlo. Nel frattempo, le vittime, accecate dalla sofferenza, vengono lasciate sole a raccogliere i pezzi. Questa realtà ha macchiato la storia e continua a interrogarci, mettendo in discussione la nostra idea di giustizia.  

Durante un recente viaggio nelle West Indies. camminando tra le rovine di antiche piantagioni e parlando con la gente del posto, mi sono imbattuta in storie e documenti che raccontavano di “risarcimenti agli aguzzini” che ammetto, ignoravo completamente. In particolare, al museo di Grenada, un’installazione chiamata “Say My Name” mi ha colpito nel profondo. Questa esposizione non si limitava a raccontare, ma tentava di riappropriare i nomi e le storie degli africani schiavizzati che avevano lavorato nelle proprietà di alcune famiglie Inglesi sull’isola. Famiglie che arricchitesi sfruttando, torturando e uccidendo altri uomini, e che hanno ricevuto un risarcimento dal governo britannico, nell’emancipazione, per ogni uomo ‘schiavo’ perso. Le vittime e i loro discendenti non hanno mai ricevuto avuto alcuna forma di giustizia riparativa. L’idea che i responsabili delle più indicibili sofferenze venissero compensati per la “perdita” del loro potere di oppressione ha generato in me questa immagine del Corvo Ricompensato.  

il risarcimento del Governo britannico andò ai ricchi proprietari 

Il 28 agosto 1833 con lo “Slavery Abolition Act” in Gran Bretagna viene abolita la tratta degli schiavi. Si parla di emancipazione e libertà, quanta nobiltà in queste parole. L’attenzione, però, non viene rivolta verso le vittime, le 800.000 persone ridotte in schiavitù che avevano subito abusi e violenze da generazioni, gli sforzi vengono concentrati verso i ricchi proprietari terrieri. Il governo britannico tira fuori una cifra pazzesca: 20 milioni di sterline (il 40% del bilancio nazionale) per rimborsare i proprietari degli schiavi per la perdita economica subita, per “compensarli” della “perdita” della loro “proprietà”: esseri umani. Questo debito, pagato con le tasse di ogni cittadino britannico, è stato estinto solo nel 2015. Gli ex schiavi? Loro, lasciati senza nulla, finirono in un sistema di “apprendistato” ovvero lavoro forzato obbligatorio e non pagato per altri 4 anni, ancora sfruttati ad uso e consumo dei colonizzatori. 

Haiti: La Libertà Pagata Dalla Vittima Stessa 

Speravo che il caso britannico fosse isolato, ma la storia di Haiti ci racconta un altro fatto altrettanto paradossale ad opera dei francesi questa volta. Nel 1804, gli schiavi haitiani, con una rivolta epica, si liberarono dai francesi, sconfiggendo addirittura l’esercito di Napoleone. Un simbolo di libertà potentissimo. Ma la Francia coloniale non accettò la sconfitta. Nel 1825, impose ad Haiti un’indennità colossale: 150 milioni di franchi. Perché? Per risarcire i coloni francesi per la “perdita” delle loro piantagioni e dei loro schiavi. Le vittime dovevano pagare i loro stessi aguzzini per essere libere. Questo debito ha soffocato Haiti per oltre un secolo, incatenandola a prestiti rovinosi con banche francesi e americane, condannandola a una povertà cronica le cui conseguenze si sentono ancora oggi.  

Kenya Coloniale: L’Occupante Non Paga, Ma Viene Pagato 

Anche in Kenya, negli anni ’60, mentre il paese si avvicinava all’indipendenza, i coloni britannici che avevano sfruttato la terra e la gente per decenni, furono compensati dallo stesso governo per la “perdita” delle loro proprietà. Spesso queste terre erano state sottratte con la forza alle popolazioni indigene. I risarcimenti per i coloni venivano dalle tasse britanniche, e a volte persino da prestiti che il nuovo governo kenyota doveva ripagare. E le popolazioni indigene? Loro, ricevettero poco o nulla.  

La Crisi Finanziaria del 2008: Un Eco che Risuona Oggi 

La crisi finanziaria del 2008 ne è un esempio lampante, molto più vicino a noi. Chi l’ha causata? Grandi banche con pratiche speculative sconsiderate. Milioni di persone persero casa, lavoro, risparmi. E cosa fecero i governi? Invece di punire severamente i responsabili e risarcire le vittime, decisero di “salvare” quelle stesse banche con miliardi di denaro pubblico, i nostri soldi. I colpevoli furono messi al sicuro, mentre le vittime? Ricevettero pochissimo, e dovettero sopportare il costo della crisi sulle proprie spalle. Ancora una volta, si privilegiò la “stabilità del sistema” e di chi ne beneficiava, a spese di chi subiva le conseguenze. 

L’ONU Si Muove, Ma Il Cammino È in Salita 

Di fronte a tutte queste ingiustizie storiche, vorrei sperare in un segnale, un filo di speranza, anche se teso e pieno di contrasti. Il 26 marzo 2026, l’Assemblea Generale dell’ONU ha approvato una risoluzione fondamentale, proposta dal Ghana. Questa dichiarazione è chiara: la tratta transatlantica degli schiavi è “il più grave crimine contro l’umanità”, un sistema che ha trattato gli esseri umani come “proprietà ereditaria, alienabile e perpetua” per quattro lunghi secoli. La risoluzione invita i governi ad avviare dialoghi per la giustizia riparativa, con scuse ufficiali, restituzione di manufatti e, sì, risarcimenti finanziari. 

Il voto, però, è stato emblematico delle sfide che abbiamo davanti: 123 voti a favore, un segnale forte. Ma ben 3 Paesi hanno votato contro (USA, Israele, Argentina) e 52 si sono astenuti (tra cui molti paesi europei e il Giappone). Questo ci dice una cosa importante: condannare a parole è un conto, agire concretamente è un altro, specialmente quando si toccano le responsabilità storiche e le implicazioni economiche scomode. 

Queste vicende ci raccontano un principio amaro: troppo spesso, nella storia, la protezione degli interessi e del profitto di chi detiene il potere ha prevalso, anche quando quel potere era costruito su oppressione e violenza.  Vita umana, libertà e dignità sono state subordinate a “diritti di proprietà”. 

La consapevolezza e la voce di ognuno dovrebbero essere strumenti potenti per non dimenticare e per spingere affinché certe aberrazioni non si ripetano. 

Pensando in un futuro che più giusto, non si dovrebbe più accettare che il corvo che ha strappato gli occhi alla preda riceva un premio per averla lasciata andare, mentre la preda, accecata, è costretta a trovare da sola la via per sopravvivere.  

Eppure, guardando al presente a me sembra di vedere tanti corvi volteggiare nei cieli in attesa della loro ricompensa, mentre le vittime in basso cercano disperatamente di sopravvivere. 

FONTI  

University College London (UCL) – Legacies of British Slave-ownership database 

The National Archives : https://www.nationalarchives.gov.uk/explore-the-collection/explore-by-time-period/georgians/1833-abolition-of-slavery-act-and-compensation-claims/

The Grenada National Museum ; https://saltertonartsreview.com/2025/07/the-grenada-national-museum/ 

Say My Name: designed by John Angus Martin and Suelin Low Chew Tung https://saltertonartsreview.com/2025/07/the-grenada-national-museum/ 

Storica National Geographic: https://www.storicang.it/a/ribellione-degli-schiavi-di-haiti_15434 

A cura di Silvia Vinciarelli.

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