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La scomparsa di Edgar Morin ci ha offerto l’occasione per fermarci a riflettere su un autore che, in modi diversi, ha influenzato il nostro modo di osservare il mondo. Pur appartenendo a generazioni differenti e avendo percorsi personali e professionali molto diversi, entrambi abbiamo trovato nel suo pensiero strumenti utili per comprendere una realtà che appare sempre più interconnessa e difficile da interpretare attraverso categorie semplici.

Fin dall’inizio abbiamo scelto di non scrivere un saggio su Morin, né di cercare una sintesi artificiale delle nostre posizioni. Sarebbe stato paradossale affrontare il tema della complessità riducendolo a una voce unica.

Senza Nome

Edgar Morin, filosofo e sociologo (1921-2026)

Il percorso che ha dato origine a queste pagine è nato dalla proposta di affrontare il tema della complessità attraverso una forma dialogica e iterativa: una domanda comune, due risposte indipendenti, un’analisi delle relazioni emerse e una nuova domanda generata dal confronto precedente.

Abbiamo quindi lasciato che fossero le convergenze, le divergenze e i pattern ricorrenti a guidare il processo. A supportare questo lavoro abbiamo utilizzato un LLM come strumento di analisi e facilitazione della riflessione, impiegandolo per evidenziare connessioni, differenze e possibili sviluppi del dialogo senza sostituirsi alle nostre voci.

Ne è nato un percorso che non pretende di spiegare il pensiero di Morin nella sua interezza, impresa che richiederebbe ben altro spazio e ben altre competenze. Piuttosto, prova a mostrare cosa accade quando alcune sue idee entrano in contatto con esperienze, sensibilità e pratiche differenti.

Ciò che segue è quindi il racconto di un’esplorazione condivisa, un tentativo di osservare come il pensiero della complessità continui a generare domande, connessioni e prospettive nuove anche a partire da percorsi molto diversi tra loro.

“In che modo il pensiero di Morin ci ha segnati e perché riteniamo importante condividerlo?”

Alessandro: Tra le molte cose che ho trovato nel pensiero di Morin, una su tutte mi ha segnato ed è la capacità di guardare la realtà senza ridurla a compartimenti separati.

Non ho letto tutta la sua opera, ma il suo pensiero ha inciso profondamente sul mio percorso di ricerca e di vita. Mi ha fornito una cornice entro cui interpretare fenomeni che percepivo come importanti ma che faticavo a nominare e a mettere a fuoco.

Tra i molti concetti che ha elaborato, ce ne sono due che ho sentito immediatamente miei: la transdisciplinarità e la comunità di destino.

La transdisciplinarità, per come l’ho compresa attraverso Morin, non è un esercizio accademico né la semplice collaborazione tra discipline diverse. È il riconoscimento che i problemi reali non si presentano mai separati secondo i confini delle nostre conoscenze. Le questioni ambientali sono anche sociali, economiche, culturali, educative e politiche. Le città, i territori, le comunità non possono essere capiti attraverso una sola lente. Questo sguardo ha influenzato profondamente il mio lavoro, portandomi a cercare connessioni dove spesso si vedono soltanto settori distinti e specializzazioni.

Il secondo concetto è quello di comunità di destino. Morin ci ricorda che condividiamo una stessa condizione e che il nostro futuro è intrecciato a quello degli altri esseri umani e del pianeta che abitiamo. In un’epoca caratterizzata da frammentazioni, conflitti e chiusure identitarie, questa idea conserva una forza straordinaria. Non si tratta di negare le differenze, ma di riconoscere che esistono sfide che nessuno può affrontare da solo e che il destino di ciascuno dipende, almeno in parte, dal destino di tutti.

Ritengo importante condividere il pensiero di Morin proprio per questo. Perché ci invita a sviluppare uno sguardo più ampio, capace di tenere insieme ciò che troppo spesso separiamo. In un tempo che premia la semplificazione e la specializzazione estrema, il suo insegnamento continua a ricordarci che comprendere significa anzitutto collegare.

Christian: il pensiero di Morin ha dato una struttura a quella che era già una mia forma mentis. Da diverso tempo analizzavo la realtà sotto uno sguardo “a mosca”, prismatico, caleidoscopico. Leggere questo filosofo è stato non lontano a un sussurro, un caro amico che poggiatosi accanto a te nella veranda nel mezzo del calore estivo, ti dice: “Sai, non sei l’unico a pensare in questo modo. Non sei un pazzo.”

Uno dei pochi che è riuscito non piegarsi al riduzionismo, a dispiegare le ali dello sguardo di sintesi per riconnettere tra loro i saperi, congiunti sino ai tempi del Rinascimento. Io in Morin ho intravisto la rinascita, quella che in quest’epoca urge più che mai; dopotutto, la complessità da noi stessi creata potrebbe ritorcersi contro qualora non la dominassimo. Il capitombolo finirebbe per sostituire alla Rinascita la ricelebrazione dello stato mortifero nel quale l’unione delle discipline era caduta.

Ritengo opportuno assicurare una voce nel capitolo del XXI secolo a questo vecchio amico, che farebbe sentire meno sole le menti eclettiche, sformate e riformate dalla manolesta della creatività; ma anche insegnanti, genitori, educatori e professionisti di ogni genere attanagliati dalle sfide odierne.

Per concludere, una parte del pensiero di Morin che ha intagliato la mia memoria, è il principio ologrammatico: le parti stanno nel tutto come il tutto sta nelle parti. Da quando ti alzi al mattino non sei un essere umano deambulante, in procinto di prepararsi la colazione e dare avvio alla routine settimanale. Sei un composto socio-culturale, e insieme un laboratorio cellulare irrefrenabile, che fanno da chiudi fila a memorie storiche collettive e personali e da apri pista per l’avvenire.

Quando ti fustighi pensando di essere miserabile, indegnə di amore, sfortunatə perché sei tu, ripristina questo insegnamento: sei tante cose in una, che ti hanno plasmato anche fuori dal tuo controllo.

“Quale idea di Morin utilizziamo concretamente nella nostra vita o nel nostro lavoro e in che modo ha modificato le nostre scelte?”

Alessandro: Una delle conseguenze più concrete che il pensiero di Morin ha avuto sul mio lavoro riguarda il modo in cui osservo e affronto i problemi.

Negli anni mi sono occupato di città, comunità, processi partecipativi, innovazione e più recentemente di dinamiche organizzative. In contesti molto diversi tra loro continuo a ritrovare la stessa evidenza: quando un problema appare semplice, quasi sempre stiamo guardando soltanto una parte del quadro.

La qualità del suolo in una città, ad esempio, parla contemporaneamente di ambiente, salute, educazione, economia e relazioni sociali. Allo stesso modo, molte difficoltà che emergono all’interno delle organizzazioni non nascono da singoli errori o comportamenti individuali, ma da reti di relazioni, vincoli, obiettivi e visioni che interagiscono tra loro. Lo stesso sta emergendo nella ricerca che sto sviluppando sul conflitto sistemico nel mondo della scuola, dove questioni che vengono spesso attribuite a studenti, docenti o famiglie rivelano una trama molto più ampia di fattori interconnessi.

Questo modo di osservare la realtà ha influenzato profondamente il mio lavoro. Mi ha portato a progettare strumenti, percorsi formativi e processi di analisi che aiutino a rendere visibili connessioni, retroazioni e interdipendenze. In molti casi il primo passo non consiste nel trovare una soluzione, ma nel costruire una rappresentazione più adeguata del problema.

Anche per questo continuo a considerare attuale l’idea di comunità di destino. Le sfide che affrontiamo, dalle trasformazioni urbane alle difficoltà educative, fino alle tensioni che attraversano le organizzazioni, raramente riguardano una sola persona o un solo gruppo. Se i problemi che affrontiamo sono condivisi, allora anche le risposte devono essere costruite collettivamente. È una convinzione che orienta il mio lavoro tanto quanto la mia visione del futuro.

Christian:A questa domanda rispondo con uno dei principi cardine del suo pensiero, tutt’ora parte indelebile del mio approccio alla vita: la contestualizzazione. Morin dicevache per comprendere pienamente un fenomeno, dobbiamo studiare il contesto in cui è inserito.

La storia narrata in un libro dipende strettamente dalle parole usate, e in misura maggiore

dalle frasi, e quindi dai paragrafi; a loro volta queste assumono una valenza nel contesto (con – testo, “tessuto insieme”) di quella storia. Se fossero state inserite dentro un saggio scientifico, la loro funzione sarebbe risultata diversa: più o meno utile, più o meno consona, più o meno discordante.

Questo ci insegna anche il valore dell’unicità, quando analizziamo dati di realtà.

Io cerco sempre di comprendere qualcosa che accade andando in questi dettagli, capendo in quali circostanze ambientali, sociali, storiche e culturali quel fatto è avvenuto, e se si fosse manifestato in natura simile (o diversa) in precedenza. Non mi accontento della risposta pronta, della riducente prospettiva comportamentale – questa persona ha reagito in questo modo per questo motivo, fine della storia. Adotto un approccio ecologico, basato sulle inter-dipendenze tra le parti.

“Quale trasformazione del nostro modo di pensare, apprendere e agire riteniamo oggi più urgente per affrontare la complessità del presente?”

Alessandro: La trasformazione più urgente riguarda il modo in cui interpretiamo la realtà e prendiamo decisioni.

Molte delle difficoltà che affrontiamo oggi derivano da una crescente distanza tra la complessità dei problemi e gli strumenti con cui cerchiamo di comprenderli. Continuiamo a organizzare conoscenze, istituzioni e processi decisionali in compartimenti relativamente separati, mentre le sfide che abbiamo di fronte attraversano continuamente questi confini.

La difficoltà principale, riconosciuto che i fenomeni sono interconnessi, è imparare ad agire dentro questa interconnessione. Le nostre istituzioni, le nostre organizzazioni e i nostri strumenti decisionali sono ancora spesso costruiti per affrontare problemi separati, mentre la realtà produce continuamente relazioni, effetti indiretti e conseguenze inattese.

Per questo ritengo fondamentale coltivare una maggiore alfabetizzazione alla complessità: la capacità di leggere relazioni, interdipendenze, conseguenze inattese e prospettive differenti, mantenendo uno sguardo ampio anche quando siamo chiamati a prendere decisioni concrete.

Questa capacità riguarda anche il modo in cui costruiamo i nostri sistemi economici, tecnologici e istituzionali. Ogni innovazione, ogni scelta politica o ogni modello organizzativo produce effetti che vanno oltre l’obiettivo immediato per cui sono stati pensati. Imparare a considerare impatti e conseguenze significa assumere su di noi una responsabilità più ampia, capace di includere non solo ciò che accade nel presente, ma anche gli effetti che le nostre scelte producono nel tempo e nei sistemi di cui facciamo parte.

In fondo, molte delle crisi contemporanee nascono dalla difficoltà di collegare ciò che già sappiamo e di trasformare questa consapevolezza in nuove forme di pensiero, progettazione e collaborazione, anche quando disponiamo di conoscenze e tecnologie sempre più avanzate.

Christian: Io rispondo con una sola parola: rallentare.

Cosa significa? Questo verbo viene facilmente confuso con lo stare fermi, rimanere fermi a guardare l’evolvere della realtà. Con i dispositivi elettronici e l’iper-consumismo che ci hanno assoldati a servi della gleba, riprendere in mano il tempo e ricordarci che noi stessi siamo il tempo – diceva Heidegger – è forse la rivoluzione più importante per tutti quanti.

Citando questo argomento, voglio sottolineare il compito cittadino di riprendere la dimensione ecologica, vigente secoli orsono, dove eravamo connessi con la natura, la civiltà e non c’era questa programmaticità meticolosa.

Rallentando, gli organi politici e chi per essi decide il decorso degli eventi, sospenderebbero il giudizio così come l’impulso irrefrenabile a porvi rimedio, intercettando nel breve periodo solamente problemi di natura maggiore. Al capitare di notizie negative, sovviene repentino l’allarme. Appena leggiamo di violenze, devianza giovanile, divieto di usare cellulari a scuola, il cervello reagisce emotivamente, ripiegando sugli argomenti che la questione la trattano in superficie.

Scendere nel dettaglio richiede fatica, pensiero critico, discussione, argomentazione, condivisione; soffermarsi comporta rischio, ricevere opinioni contrarie, esercitare la meta-riflessione collettiva.

Al fattore temporale combino l’aspetto pratico, cioè la riflessione reiterata. Cosa vuol dire? Un conto è congelare un punto di vista nel passato, un altro è recuperarlo a fronte di nuovi dati, statistiche e informazioni. Adottare la cosiddetta “prospettiva cinematografica”: vedere ai fenomeni come si guarda a una pellicola.

Cosa è emerso dal dialogo

Quando abbiamo iniziato questo percorso pensavamo di riflettere sul lascito di Edgar Morin. Alla fine del dialogo, ci sembra che la questione centrale sia diventata un’altra: come imparare a pensare e ad agire in una realtà che resiste continuamente ai tentativi di semplificazione.

In questo percorso Morin è rimasto il punto di partenza, ma progressivamente è diventato una lente attraverso cui osservare questioni più ampie: il modo in cui costruiamo conoscenza, il rapporto tra individuo e società, i processi educativi, la responsabilità delle nostre scelte e le possibilità del futuro.

Le tre domande ci hanno portato a esplorare territori diversi, ma alcuni elementi sono emersi con notevole continuità.

Il primo riguarda il valore delle relazioni. In modi differenti, entrambi siamo tornati più volte sull’idea che fenomeni, persone, organizzazioni e società non possano essere compresi isolando singoli elementi dal contesto in cui prendono forma. Comprendere significa collegare, osservare interdipendenze, riconoscere che ciò che accade in una parte di un sistema produce effetti che si propagano ben oltre i suoi confini immediati.

Un secondo elemento riguarda il rapporto tra comprensione e azione. Nel dialogo è emersa più volte la necessità di superare le spiegazioni rapide e le risposte automatiche. Da una parte è apparso il tema della responsabilità e della capacità di considerare conseguenze che si sviluppano nel tempo; dall’altra quello del rallentamento, della sospensione del giudizio e della riflessione critica.

Due prospettive differenti che convergono in un punto essenziale: la complessità richiede tempo. Tempo per osservare, per discutere, per rimettere in discussione le proprie interpretazioni e per costruire decisioni più consapevoli. Significa anche considerare conseguenze che si sviluppano nel lungo periodo, rallentare il giudizio, rivedere continuamente le proprie interpretazioni e accettare che la comprensione sia sempre provvisoria. Un richiamo che attraversa la contemporaneità e che sembra diventare sempre più rilevante in una società orientata alla velocità e all’immediatezza. È emersa anche una differenza interessante nei nostri punti di osservazione. Alcune risposte hanno guardato prevalentemente ai sistemi, alle organizzazioni, alle istituzioni e ai processi collettivi. Altre si sono concentrate sull’esperienza vissuta, sui modi in cui attribuiamo significato agli eventi e sulla qualità della nostra attenzione. Nel corso del confronto, tuttavia, questa differenza ha perso progressivamente importanza. Più avanzava il dialogo, più appariva evidente che questi due livelli non possono essere separati. Le persone contribuiscono continuamente a costruire i sistemi che abitano, mentre i sistemi influenzano profondamente le possibilità, i comportamenti e le prospettive delle persone.

Forse è proprio qui che abbiamo ritrovato uno degli insegnamenti più fecondi di Morin. Non tanto in un singolo concetto o in una particolare teoria, quanto nell’invito a mantenere aperto il dialogo tra prospettive differenti. La complessità non elimina le differenze e non le scioglie in una sintesi definitiva. Ci chiede piuttosto di metterle in relazione, accettando che la comprensione sia sempre un processo incompleto, dinamico e collettivo.

Per concludere, guardando il percorso nel suo insieme, ciò che appare più significativo è il dialogo che si è sviluppato tra le diverse prospettive. Le risposte hanno avuto importanza, ma è stato il loro incontro a generare nuove domande, nuove connessioni e nuove possibilità di comprensione.

A cura di Alessandro Valente e Christian Tessitore.

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