Ogni ottobre la prevenzione oncologica torna al centro del discorso pubblico. Fiocchi rosa, campagne di sensibilizzazione, slogan che invitano alla diagnosi precoce. Ma dietro questa esposizione mediatica si nasconde una contraddizione profonda: la prevenzione viene raccontata più di quanto venga garantita.
Il mese rosa, così come viene costruito oggi, funziona come una narrazione rassicurante. Parla alle coscienze individuali, ma evita di interrogare il sistema sanitario. E proprio per questo diventa una cartina tornasole delle disuguaglianze sanitarie.
Prevenzione senza accesso non è prevenzione
La retorica dominante insiste su un messaggio semplice: informarsi, controllarsi, prevenire. Un messaggio apparentemente neutro, che però ignora una variabile decisiva: l’accesso reale ai servizi.
In Italia la possibilità di effettuare screening oncologici tempestivi dipende ancora dal territorio, dalla disponibilità delle strutture, dai tempi di attesa e dalla capacità economica di anticipare cure nel privato. In questo contesto, la prevenzione non è un diritto uguale per tutte e tutti, ma una possibilità diseguale.
Il mese rosa raramente mette in discussione questa realtà. La illumina solo in superficie.
Lo spostamento della responsabilità
Uno degli effetti più problematici della comunicazione sulla prevenzione è lo spostamento della responsabilità dal sistema alle persone.
Quando la prevenzione viene presentata come una scelta individuale, il rischio è chiaro: chi riceve una diagnosi tardiva sembra non aver fatto abbastanza.
Ma cosa significa “non essersi controllati” in presenza di liste d’attesa incompatibili con i tempi clinici, carenza di personale, servizi non omogenei?
In questo senso, il mese rosa non è solo insufficiente: è fuorviante.
Perché trasforma un problema strutturale in una questione di comportamento individuale.
Il simbolo che copre il vuoto
Il fiocco rosa è diventato un simbolo potente, ma anche ambiguo.
Rende la prevenzione visibile, ma allo stesso tempo rischia di coprire le carenze strutturali della sanità pubblica.
Senza investimenti, senza continuità dei servizi, senza un accesso equo agli screening durante tutto l’anno, la prevenzione resta una promessa comunicata meglio di quanto venga mantenuta.
Il mese rosa, così, non rafforza il diritto alla salute: lo semplifica, lo neutralizza, lo rende accettabile anche quando non è garantito.
Ripensare il linguaggio della prevenzione
Criticare il mese rosa non significa negare l’importanza della diagnosi precoce. Significa rifiutare una narrazione che riduce la prevenzione a un evento simbolico e periodico, anziché a una responsabilità pubblica continua.
La prevenzione vera non vive di campagne stagionali, ma di strutture funzionanti, risorse adeguate e diritti esigibili. Finché questo divario resterà intatto, ottobre continuerà a raccontare una storia rassicurante. E le disuguaglianze sanitarie continueranno a emergere, puntuali, proprio nel mese che dovrebbe combatterle.
A cura di Ana Maria Andrusca.