Dopo il Referendum: perché la separazione delle carriere dei magistrati resta un tema cruciale in Europa e in Italia
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Cosa significa il "No" per i nostri diritti e la democrazia
Il referendum sulla giustizia si è concluso con la vittoria del “No”. La cittadinanza italiana ha scelto di mantenere l’attuale assetto costituzionale, confermando l’unità dell’ordine giudiziario: giudici e pubblici ministeri (PM) continueranno a far parte della stessa carriera.
Il verdetto delle urne non cancella l’importanza del dibattito che lo ha preceduto. La struttura della nostra giustizia non è solo materia per giuristi: definisce l’equilibrio dei poteri, la tutela dei diritti e la qualità della democrazia.
Ora che la polvere della campagna elettorale si è posata, è il momento ideale per fare chiarezza con lucidità e oggettività. Cosa significa avere carriere separate o unificate? Quali sono i modelli adottati dai nostri vicini europei? E perché l’Italia, rispetto all’Europa, rappresenta un’anomalia storica e costituzionale?
In gran parte dei Paesi europei e nei sistemi anglosassoni, la figura di chi giudica e quella di chi accusa seguono binari nettamente distinti. L’idea di fondo è che per garantire la totale terzietà del processo, accusa e giudicante non debbano condividere lo stesso percorso professionale.
Separare le carriere apre a un altro grande problema: a chi risponde il Pubblico Ministero? Ecco come i vari Paesi europei hanno risolto l’enigma, con modelli molto diversi tra loro:
Con la vittoria del “No” al referendum, l’Italia conferma la scelta fatta dai Padri Costituenti nel 1948. Uscendo dal regime fascista (durante il quale il PM era uno strumento repressivo controllato dal Governo), la Costituzione scelse di “blindare” l’indipendenza dell’accusa, inserendola nello stesso guscio protettivo dei giudici.
Questa scelta è scolpita in due articoli fondamentali della nostra Costituzione:
Per introdurre la separazione delle carriere, il referendum (e le proposte di legge costituzionale collegate) puntava a modificare questi articoli per creare due CSM distinti e due concorsi separati.
Ma quanti magistrati cambiano ruolo oggi?
I dati reali ci mostrano che, nella pratica, la separazione è già in gran parte una realtà fattuale, sebbene non formale. Secondo i dati del CSM, solo lo 0,2% – 0,3% dei magistrati italiani (circa 20-30 su oltre 9.000) cambia ruolo ogni anno. Inoltre, la Riforma Cartabia del 2022 ha limitato questa possibilità a un solo passaggio nell’intera vita professionale, da effettuarsi entro i primi 9 anni di carriera.
Il risultato referendario ha premiato gli argomenti di chi si opponeva alla separazione, ma è fondamentale comprendere entrambe le filosofie che si sono scontrate, perché definiscono la nostra idea di giustizia:
La visione di chi ha votato NO (L’unità a garanzia dei cittadini):
La visione di chi ha votato SÌ (La terzietà assoluta):
Il referendum ha chiuso un capitolo istituzionale, ma la riflessione sulla giustizia italiana non si ferma qui. Scegliendo di mantenere l’unità delle carriere, l’Italia si conferma un unicum nel panorama europeo: un Paese che ha scelto di privilegiare l’assoluta indipendenza del Pubblico Ministero dal potere politico, a costo di mantenere un legame strutturale con chi deve giudicare.
Comprendere le dinamiche di questo assetto, i suoi vantaggi e le sue fisiologiche criticità, rimane un dovere per ogni cittadino che ha a cuore la tenuta democratica e la tutela dei diritti nel nostro Paese.
FONTI
A cura di Ana Maria Andrusca.
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