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Cosa serve per rendere un territorio un luogo in cui scegliere di restare, tornare o costruire il proprio futuro?

Ne abbiamo parlato con Letizia Melano, exhibition designer, project manager e co-fondatrice di Comunità Sassifraga APS, associazione under 35 che lavora sulla rigenerazione della Valle Soana, in Piemonte.

Il suo percorso parte dalla progettazione di spazi culturali e museali e arriva fino ai processi di attivazione territoriale, seguendo un filo comune: partire dai luoghi e da chi li abita per progettare trasformazioni capaci di durare nel tempo.

In questa intervista parliamo di spopolamento, accesso alla casa e ai servizi, cultura e nuovi modi di abitare e lavorare nelle aree interne. Ma soprattutto di come ascolto, co-progettazione e reti possano contribuire a trasformare territori fragili in luoghi in cui sperimentare nuove possibilità e immaginare il proprio futuro.

Ciao Letizia, ci racconti in breve chi sei, di cosa ti occupi, del tuo lavoro e dei tuoi progetti?

Mi occupo di progettazione di spazi culturali e museali. Coordino e realizzo progetti che mettono insieme cultura, spazio e comunità. Vengo dal design: ho studiato Interior and Spatial Design al Politecnico di Milano e lavoro nel settore degli allestimenti museali, come exhibition designer e project manager. Da un anno ho allargato il mio campo d’azione anche alle aree interne, lavorando sui temi dell’attivazione territoriale. Sono co-fondatrice e presidente di Comunità Sassifraga APS, un’associazione di under 35 che lavora sulla rigenerazione della Valle Soana, in Piemonte: un territorio segnato da decenni di spopolamento, dove proviamo a rendere la vita in montagna attrattiva e accessibile attraverso eventi culturali, spazi di lavoro condivisi e abitare comunitario. È il progetto che racconta meglio come mi piace lavorare: far dialogare territorio, cultura e dimensione umana in iniziative che nascono dal contesto in cui si trova e sono pensate con una visione a lungo termine.

Come mai hai deciso di intraprendere questo percorso? Che cosa ti motiva e ti interessa veramente?

Mi motivano fortemente due aspetti di ciò che faccio. Da un lato, quello che mi appassiona del mio lavoro con i musei, è il momento in cui uno spazio smette di essere solamente espositivo e comincia a raccontare qualcosa, a coinvolgere. Per me strumenti come le tecnologie interattive e immersive sono fondamentali, così come l’attenzione e la cura per l’accessibilità, fisica e cognitiva, degli spazi culturali e museali. Progettare uno spazio in cui il patrimonio diventa leggibile e attrattivo per tutti è una questione di metodo, ma anche di posizione. Dall’altro, come progettista culturale, per me la cultura è una leva di sviluppo territoriale. Nelle aree interne può essere un’infrastruttura: un modo per rimettere in discussione se un luogo sia abitabile, quali servizi abbia, se una persona giovane possa costruirci una vita. È il lavoro che porto avanti con Comunità Sassifraga in Valle Soana, dove il patrimonio culturale materiale e soprattutto immateriale è uno degli strumenti con cui proviamo a contrastare lo spopolamento. Perché funzioni, però, credo che la progettazione debba partire dal basso, con chi un territorio lo abita. Per questo lavoro molto sui processi di co-progettazione, come mappature, laboratori, momenti di ascolto e confronto con residenti, associazioni e amministrazioni, che servono a far emergere i bisogni reali e a rendere le trasformazioni condivise, e quindi capaci di durare oltre il singolo progetto.

Quali sono le criticità più importanti nel tuo territorio?

Lo spopolamento è il dato più evidente, ma il problema vero è quello che si porta dietro. Meno abitanti vuol dire servizi che non stanno più in piedi: la scuola chiude, il negozio chiude, e restare diventa una scelta difficile. Poi c’è la casa, che sembra un controsenso: in una valle piena di edifici vuoti trovare una casa in cui abitare è difficilissimo. Sono seconde case, o proprietà divise tra dieci eredi, o ruderi che nessuno ristruttura e nessuno vende. Ci capita spesso di parlare con persone che vorrebbero trasferirsi qui ma non riescono a trovare casa. Un altro tema molto importante è quello della forte stagionalità: d’estate i paesi si riempiono, poi da settembre in avanti si svuotano e restano così per mesi. Destagionalizzare per me è una delle sfide più importanti, serve a dare delle ragioni per venire, e per restare, anche a ottobre o a marzo. È uno dei motivi per cui scegliamo di fare le nostre attività fuori stagione. L’ultima cosa riguarda più da vicino il mio lavoro. Insieme alle persone se ne vanno anche i saperi, le pratiche, la lingua, il modo stesso di stare in montagna. Sono cose che non si recuperano, ed è per questo che salvaguardarle è fondamentale.

Nel tuo territorio cosa dovrebbe portare l’innovazione sociale per generare un vero cambiamento?

Se penso a cosa servirebbe davvero qui, la prima cosa che mi viene in mente sono gli spazi. Mancano i posti dove stare, dove fare aggregazione, dove poter sviluppare progettualità comuni. Non parlo solo di un luogo dove ritrovarsi la sera, ma di un posto aperto tutto l’anno in cui le associazioni, le amministrazioni e le persone che hanno un’idea possano lavorare insieme. Poi c’è tutto il capitolo dell’abitare. Bisogna sperimentare nuovi modi di abitare: case condivise, recuperi fatti insieme a più persone, modi di stare in valle anche a tempo parziale. Rendere attrattivo restare non vuol dire solo avere un bel paesaggio fuori dalla finestra, vuol dire poterci lavorare, avere dei servizi e sentirsi parte di qualcosa. Credo molto nel fatto che le aree interne possano essere posti dove si sperimenta, delle fucine creative e non solo territori “da salvare”. C’è però un equilibrio da tenere, ed è la parte più delicata. Chi arriva porta energia, competenze, voglia di fare, ma rischia di portare anche progetti pensati altrove. Chi è sempre stato qui conosce il posto come nessun altro, e spesso ha alle spalle anni di promesse non mantenute. Sono anche tempi diversi: chi viene da fuori vorrebbe vedere risultati in fretta, mentre qui la fiducia si costruisce lentamente e soprattutto sui fatti. L’innovazione sociale funziona se queste due cose si incontrano davvero, non se procedono su binari paralleli.

Quale contributo ti piacerebbe portare all’interno del gruppo Solar?

Quello che posso portare viene soprattutto da due parti del mio lavoro. La prima è l’accesso alla cultura. Per anni ho progettato musei e spazi espositivi, e il tema che mi sta più a cuore è l’accessibilità, intesa in senso largo: non solo l’abbattimento delle barriere fisiche, ma anche il fatto che un contenuto sia comprensibile e interessante per chi non ha già gli strumenti per avvicinarsi. Su questo ho un metodo e degli strumenti concreti, dalla progettazione degli allestimenti, allo storytelling fino all’uso delle tecnologie interattive, e credo valgano anche fuori dal contesto museale, ogni volta che qualcosa deve essere raccontato a un pubblico ampio. La seconda è l’attenzione ai territori fragili. Lavoro tutti i giorni in una valle spopolata, e questo mi ha dato una certa confidenza con le aree interne: come funzionano davvero, quali sono i tempi, cosa si può chiedere a un piccolo comune e cosa no. Mi interessano soprattutto i temi dello sviluppo culturale e dell’abitare, che secondo me vanno tenuti insieme molto più di quanto si faccia di solito. Più in generale credo di avere una visione concreta e pratica delle cose. Negli anni ho imparato a lavorare per co-progettazione e ascolto, che vuol dire prendersi il tempo di capire cosa serve davvero alle persone. È un modo di procedere più lento, ma i progetti che nascono così di solito restano in piedi anche dopo.

Cosa vedi nel futuro dell’innovazione sociale?

Credo che la direzione da seguire sia quella della rete, della comunità e della cooperazione. Il futuro dell’innovazione sociale credo inoltre che si baserà su nuovi modelli ibridi, su progetti capaci di tenere insieme cultura e servizi, lavoro e abitare, pubblico e privato, competenze tecniche e comunità. Le questioni che abbiamo davanti sono complesse e sarà fondamentale la capacità di far incrociare campi diversi invece di tenerli separati. Poi c’è tutto il tema di come si abita e come si lavora, che secondo me nei prossimi anni si muoverà parecchio. Il lavoro da remoto ha già cambiato le carte in tavola, ma finora se n’è parlato quasi solo in termini individuali. La parte interessante comincia quando diventa una cosa collettiva: spazi condivisi, residenze temporanee, comunità che si organizzano per rendere possibile una permanenza che da soli non sarebbe sostenibile. Sulle aree interne sono abbastanza convinta di una cosa. Le città stanno diventando ambienti sempre più difficili, per i costi, per la qualità della vita, per il clima. Penso che la montagna tornerà a essere un posto dove costruire un futuro, e non solo un posto da cui si va via. Ma è un processo che va accompagnato nel modo giusto, e l’innovazione sociale può essere uno degli strumenti per farlo.

Che consigli daresti a una persona che vuole intraprendere una strada simile alla tua?

Il consiglio che mi sento di dare più di tutti è di fare rete fin da subito, in qualunque ambito si lavori. Andare a vedere come hanno lavorato altri, farsi raccontare anche le cose che non hanno funzionato e poi riportarsele a casa adattandole, è la scorciatoia più utile che conosco. Poi imparare ad ascoltare, che sembra ovvio ma non lo è. Quando progetto uno spazio espositivo, ad esempio, il lavoro vero è capire chi lo attraverserà: cosa sa già, cosa non capirebbe, come si muove. In un territorio funziona allo stesso modo, si parte da chi ci vive. Poi essere disposti a cambiare punto di vista, e anche a lasciar andare un’idea a cui si teneva quando ci si accorge che per quel pubblico, o per quel posto, non funziona. Costa fatica, ma è l’unico modo per non fare l’ennesima cosa calata dall’alto. Ultima cosa: non avere fretta di specializzarsi troppo. Il mio percorso è passato dal design d’interni agli allestimenti museali fino ai progetti di territorio, e le competenze che uso di più le ho imparate proprio spostandomi tra ambiti diversi.

Letizia fa parte del gruppo Solar, il gruppo di attivistɜ che si riunisce online ogni mercoledì per decidere le iniziative e la linea editoriale della nostra community.

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