Il caldo non è uguale per tuttə
Crisi climatiche Innovazione sociale solar
Sul decreto Valditara e la sfiducia verso chi educa.
Le ondate di calore, che stanno diventando ogni anno sempre più frequenti ed intense, sono state definite dall’Oms non più come un solo fenomeno meteorologico, ma una vera emergenza sanitaria.
Le temperature nell’Europa occidentale nell’ultima decade del mese di giugno – dopo quelle, di poco inferiori, registrate già alla fine di maggio – stanno già mettendo a rischio vite umane esercitando pressione sui sistemi sanitari di tutta la regione. Lo stress da calore può aggravare patologie preesistenti, come malattie cardiovascolari, diabete, asma e disturbi mentali. Il calore è un’emergenza medica con un’alta mortalità, sottolinea l’Oms, in cui quella legata al calore tra over 65 è aumentata dell’85% in 20 anni. Solo negli ultimi 4 anni, il caldo ha causato inoltre 200.000 decessi in Europa mentre la mortalità generale correlataè aumentata del 30%.
A pagarne il conto sono soprattutto le classi popolari, quelle che vivono in case senza aria condizionata o isolamento termico, in quartieri sommersi dal cemento, senza verde degno di questo nome o strutture ad hoc, accessibili gratuitamente. Secondo Enea circa il 70% degli edifici residenziali in Italia rientra ancora nelle tre classi energetiche più basse (E, F, G) costruiti in un’epoca in cui il problema era tenere fuori il freddo e non il caldo.
Le aree a basso reddito, spesso caratterizzate da scarsa presenza di verde e da limitato accesso a sistemi di raffrescamento, espongono maggiormente i residenti a rischi per la salute. Al contrario, i quartieri più benestanti dispongono generalmente di parchi, migliori condizioni di ventilazione e accesso a climatizzatori. Questa disparità prende il nome di cooling poverty (povertà di raffrescamento) e indica l’impossibilità, per molte famiglie, di mantenere una temperatura domestica adeguata durante i periodi di caldo estremo, sia per mancanza di risorse sia per carenze strutturali degli edifici e degli spazi urbani. Il problema riguarda anche la qualità degli spazi pubblici, spesso non progettati per garantire condizioni di comfort durante le ondate di calore.
Questo quadro è aggravato dal fenomeno dell’isola di calore urbana, che può creare un microclima distintivo e rendere le città fino a 4°C più calde rispetto alle zone circostanti. Le cause principali risiedono nell’eccessiva presenza di superfici impermeabili, nella carenza di aree verdi, nell’uso diffuso di condizionatori e nell’elevata densità di edifici e traffico veicolare.
A fronte dell’inerzia sul fronte globale, alcune città stanno adottando strategie locali di adattamento per offrire sollievo immediato alla popolazione. Tra queste soluzioni trovano posto i rifugi climatici, spazi pubblici o semi-pubblici progettati per garantire un riparo sicuro durante i picchi di calore estremo. Si tratta di luoghi freschi, ombreggiati, ventilati o climatizzati, che rappresentano una risposta concreta alla crescente emergenza caldo nelle città italiane ed europee. Accessibili anche a chi non dispone di alternative domestiche efficaci contro le alte temperature, i rifugi climatici si stanno affermando come elemento chiave per la resilienza urbana.
I rifugi climatici stanno diventando un elemento indispensabile per le città di tutto il mondo, offrendo spazi sicuri contro ondate di calore ed eventi estremi.
In Italia esiste una rete di rifugi climatici locali, il tutto però, su iniziativa locale e mai coordinato da una regia nazionale uniforme. Alcuni dei progetti avviati sono:
• Firenze, ha istituito 44 rifugi climatici tra giardini pubblici, parchi e biblioteche, selezionati in base a criteri precisi, come l’ombreggiatura superiore al 70%, disponibilità di acqua potabile e climatizzazione. Tutti i luoghi sono mappati in una piattaforma interattiva che fornisce orari di apertura e servizi disponibili.
• Bologna ha attivato numerosi spazi segnalati all’interno di aree verdi e biblioteche comunali dotate di aria condizionata. La mappa dei rifugi è integrata in un volantino digitale con coordinate GPS e tempi di percorrenza a piedi o in bicicletta, facilitando l’accesso rapido.
• A Milano, il Comune ha aperto le Case di Quartiere come centri di accoglienza estivi, indicati nella Guida Ufficiale Estate 2025. Oltre a offrire riparo durante le ore critiche, queste strutture si trasformano anche in luoghi per la socialità con particolare attenzione alle persone fragili e anziane.
• Torino ha messo a disposizione una rete di Centri d’Incontro climatizzati, gestiti dalle Circoscrizioni cittadine e aperti per tutta l’estate. L’elenco completo è consultabile online in un documento ufficiale del Comune.
• A Roma, l’iniziativa “Piscine all’aperto” prevede ingressi gratuiti per gli over 70 in 17 piscine comunali, oltre al progetto «Respiro», promosso dall’Università La Sapienza in collaborazione con il Comune di Roma, Legambiente Garbatella e CittàClima.
Queste soluzioni rivelano, ancora una volta, i limiti strutturali delle istituzioni nel rispondere con tempestività ed efficacia alle emergenze, in particolare quando si tratta di tutelare le fasce più vulnerabili della popolazione. Ne risulta un divario crescente tra la velocità con cui le crisi si manifestano – siano esse climatiche, sanitarie o socioeconomiche – e la capacità delle istituzioni di attuare risposte concrete e coordinate. A pagarne il prezzo più alto sono invariabilmente coloro che dispongono di minori strumenti per proteggersi autonomamente: anziani, persone a basso reddito, comunità marginalizzate. Questo schema si ripete con una regolarità che non può essere liquidata come eccezionale: è il sintomo di un deficit sistemico nella governance del rischio, che richiede non aggiustamenti marginali, ma una revisione profonda delle priorità e dei meccanismi istituzionali.
Al contrario di quanto sostenuto da certa retorica politica, non si tratta semplicemente di “abituarsi” a temperature più tropicali. L’idea che la tropicalizzazione del Mediterraneo si traduca in una piacevole estensione della stagione balneare non solo ignora le leggi fondamentali della fisica atmosferica, dell’idrologia e le specificità geografiche del nostro territorio, ma sminuisce anche il reale problema sanitario. Non servono narrazioni rassicuranti prive di base scientifica, ma veri piani di adattamento.
A cura di Lorena Piccinini.
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