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La libertà di movimento, il diritto di vivere e lavorare dove si vuole, la possibilità di attraversare confini senza perdere pezzi di sé sono stati a lungo il cuore del progetto europeo, almeno nel suo racconto ufficiale. Per molte persone in possesso di un passaporto dell’Unione Europea, questi diritti sono apparsi come conquiste ormai consolidate. Ma nel contesto attuale – segnato da politiche migratorie sempre più escludenti, forme strutturali di razzismo istituzionale e da una crescente militarizzazione – anche all’interno dell’Unione quell’idea di Europa entra in crisi. Le frontiere si confermano dispositivi di esclusione, capaci di produrre documenti rifiutati e rendere più fragili certi diritti non appena si cambia Paese. È una realtà che colpisce in modo evidente anche le coppie LGBTQIA+ che si sposano in Paesi diversi da quelli di origine.

Una recente sentenza della Corte di giustizia dell’Unione Europea prova però a colmare proprio quest’ultima stortura.

Cosa ha deciso la Corte UE in merito al matrimonio tra persone dello stesso sesso

A fine novembre 2025 la Corte ha stabilito che gli Stati membri dell’Unione Europea devono riconoscere i matrimoni tra persone dello stesso sesso celebrati in un altro Paese dell’Unione, al fine di garantire l’esercizio della libertà di circolazione e il rispetto della vita privata e familiare. (L’espressione “stesso sesso” è quella utilizzata dal diritto europeo: una scelta di precisione giuridica che non intende ridurre la pluralità delle identità di genere.)

Questa decisione implica che se due cittadine o cittadini europei si sposano legalmente in uno Stato UE, quel matrimonio non può “smettere di esistere” quando la coppia si trasferisce o rientra nel proprio Paese di origine.

Il caso da cui nasce questa sentenza riguarda una coppia di due uomini, uno polacco e uno con doppia cittadinanza tedesca, sposatisi in Germania nel 2018: la Polonia aveva rifiutato la trascrizione del loro matrimonio nei registri civili, sostenendo che il diritto nazionale non prevede il matrimonio egualitario. Per la Corte UE, questo rifiuto viola il diritto europeo.

Potrebbe sembrare una questione burocratica, ma non lo è affatto. Quando uno Stato si rifiuta di riconoscere un matrimonio, le conseguenze sono concrete e quotidiane e si insinuano in molti ambiti del nostro vivere in collettività: il lavoro, l’assistenza sanitaria, la previdenza, l’eredità, la fiscalità o la genitorialità. La Corte lo afferma chiaramente: costringere una coppia sposata a vivere come se non lo fosse crea gravi difficoltà amministrative, professionali e personali, e mina il diritto a una vita familiare serena. 

Cosa non dice questa sentenza

È importante chiarire che la Corte non obbliga gli Stati membri a introdurre il matrimonio egualitario nelle loro leggi nazionali. Afferma però una cosa altrettanto importante: gli Stati non possono ignorare un matrimonio valido celebrato altrove nell’UE, né renderne il riconoscimento impossibile o discriminatorio. Possono scegliere come riconoscerlo (trascrizione, procedura equivalente), ma non se farlo. E non possono usare il diritto interno come scusa per cancellare legami familiari che l’Unione Europea considera legittimi.

Questa decisione segna un passo avanti soprattutto per le coppie che vivono, o vogliono vivere, in Paesi dove non esiste alcuna forma di riconoscimento legale delle relazioni tra persone dello stesso genere, come Polonia, Romania, Bulgaria, Slovacchia o Lituania. Il suo impatto, poi, va oltre e interroga l’idea stessa di cittadinanza europea: quella per cui la libertà di movimento perde effettività se il suo esercizio comporta la compressione dei diritti legati alla vita affettiva e familiare.

Una conquista, non un punto di arrivo

Organizzazioni di difesa dei diritti LGBTQIA+ come ILGA-Europe parlano giustamente di una sentenza storica, ma mettono anche in guardia: molte decisioni della Corte UE restano lettera morta, ignorate o applicate con enorme ritardo dagli Stati membri. Il caso della Romania, che non ha ancora pienamente attuato una sentenza simile del 2018 (il caso Coman), è emblematico.

Questa decisione, quindi, è uno strumento potente e in quanto tale ha bisogno di essere usato dalle istituzioni europee, dai governi nazionali, dai tribunali, e dalla società civile. In gioco c’è qualcosa di più ampio: il diritto di non dover giustificare continuamente la propria esistenza e a una vita familiare che non venga rimessa in discussione ogni volta che si attraversa un confine.

A cura di Alice Orrù.

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