Referendum

Il 22 e 23 marzo siamo chiamatə alle urne per esprimerci su un referendum costituzionale che riguarda l’organizzazione della magistratura. Il voto interviene su alcune norme della Costituzione relative al rapporto tra giudici e pubblici ministeri e sugli organi di autogoverno della magistratura.

Il cuore della riforma riguarda la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e pubblici ministeri. Attualmente giudici e PM appartengono allo stesso ordine e condividono lo stesso organo di autogoverno, il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM). La riforma prevede invece la creazione di due Consigli superiori distinti, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri.

Un’altra novità riguarda la creazione di un organo disciplinare specifico, incaricato di valutare eventuali responsabilità dei magistrati di entrambe le carriere. L’obiettivo dichiarato dai sostenitori della riforma è quello di rendere più chiara la distinzione tra chi accusa e chi giudica e di rafforzare i meccanismi di controllo e responsabilità all’interno della magistratura.
Il tema, tuttavia, divide profondamente il mondo politico e giuridico. In linea generale, i partiti e le forze politiche dell’area di centrodestra si sono espressi a favore della riforma, sostenendo che possa contribuire a rendere la giustizia più efficiente e più chiara nei ruoli tra accusa e giudizio. Al contrario, diversi partiti del centrosinistra, insieme a una parte della magistratura organizzata e ad alcune associazioni giuridiche, hanno espresso contrarietà o forti perplessità, ritenendo che le modifiche possano indebolire l’equilibrio tra i poteri dello Stato e l’autonomia della magistratura.

Si tratta quindi di un referendum che tocca questioni delicate e complesse: il funzionamento della giustizia, l’indipendenza dei magistrati e il rapporto tra potere giudiziario e potere politico.

Per aiutare i lettori e le lettrici a orientarsi in questo dibattito, abbiamo raccolto il parere di due professionisti del diritto con opinioni opposte sulla riforma.

A entrambi sono state poste le stesse domande, con l’obiettivo di offrire un confronto diretto e comprensibile anche a chi non è esperto di diritto. L’avvocato Franco Santini del foro di Roma, a sostegno del Sì, e Emanuele Rossi, professore di diritto costituzionale alla Scuola Sant’Anna, per il No.


Ecco l’intervista:

1. Può spiegare, con parole semplici, qual è l’oggetto del referendum e quali cambiamenti principali comporterebbe?

Professionista favorevole al SÌ
Il referendum riguarda alcune modifiche alla Costituzione che intervengono sull’organizzazione della magistratura. In particolare si prevede la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici, la creazione di due distinti Consigli superiori della magistratura e l’istituzione di un organo di controllo specifico che valuti eventuali responsabilità dei magistrati sulla base della legge.

Professionista favorevole al NO
L’oggetto della riforma riguarda il Consiglio Superiore della Magistratura, l’organo previsto dalla Costituzione per garantire l’indipendenza della magistratura. Si tratta quindi di una modifica che incide su uno dei pilastri dello Stato di diritto, cioè la possibilità per ogni cittadino di essere giudicato da un giudice indipendente.



2. Perché si parla di separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri? Quali effetti potrebbe avere?

Professionista favorevole al SÌ
L’obiettivo è creare due figure professionali con formazione e responsabilità specifiche. Oggi giudici e pubblici ministeri si formano nello stesso modo e possono passare da una funzione all’altra dopo un breve tirocinio. Con la separazione si punta a una maggiore professionalizzazione e a sistemi di controllo più adeguati alle diverse funzioni.

Professionista favorevole al NO
La separazione nasce dall’idea che giudici e PM svolgano funzioni diverse e non dovrebbero quindi appartenere allo stesso organo di autogoverno. Tuttavia la riforma crea due Consigli superiori distinti e un terzo organo disciplinare. Ritengo che l’effetto che con questa riforma si vorrebbe realizzare, e che si potrebbe realizzare separando le carriere anche senza modificare la Costituzione (e lasciando quindi un unico CSM), da un lato non è in grado di raggiungere l’obiettivo (perchè separando i CSM non si avrebbe alcun beneficio sulla supposta “familiarità” tra giudici e PM) e inoltre ha l’effetto sicuro di indebolire la rappresentanza della magistratura, che non sarebbe più unitaria ma divisa in tre. Con conseguente maggior potere del potere politico sulla magistratura.  



3. Quali problemi o criticità dell’attuale sistema giudiziario potrebbero essere affrontati dalla riforma?

Professionista favorevole al SÌ
Nel medio e lungo periodo la riforma potrebbe contribuire a ridurre problemi come l’eccesso di procedimenti, le prescrizioni, gli errori giudiziari e la durata troppo lunga dei processi. Una maggiore specializzazione delle funzioni dovrebbe rendere il sistema più efficiente.

Professionista favorevole al NO
Come ho detto, quello della comune appartenenza dei magistrati giudicanti e requirenti allo stesso CSM. Il secondo aspetto è il sorteggio: i componenti del CSM “togati” (ovvero magistrati, nella misura dei due terzi) verrebbero sorteggiati tra i magistrati, mentre quelli di provenienza politica (un terzo) verrebbero sì sorteggiati ma in una rosa predisposta e approvata dal Parlamento. Questo indebolirebbe la rappresentanza della magistratura a tutto vantaggio del peso della politica. 
Oltre a questo, nessuna delle attuali criticità del sistema giudiziario verrebbe affrontata dalla riforma: né la lunghezza dei processi, né l’efficienza della giustizia, né la discriminazione di fatto cui sono soggetti gli imputati più forti rispetto a quelli più ricchi, e così via.  

4. In che modo questa riforma potrebbe influenzare l’indipendenza dei magistrati?
Professionista favorevole al SÌ
Dal punto di vista dell’indipendenza non cambierebbe nulla di sostanziale: i magistrati continueranno a essere tenuti al rispetto della legge. Il controllo sull’operato dei magistrati resterebbe nelle mani della magistratura stessa, ma con correttivi pensati per renderlo più efficiente.

Professionista favorevole al NO
Non ci sarebbe un effetto diretto, anche perché la Costituzione tutela l’indipendenza dei magistrati. Tuttavia la riforma potrebbe indebolire il ruolo del CSM: organi più frammentati e membri sorteggiati potrebbero ridurne l’autorevolezza, e quindi anche la capacità di garantire l’indipendenza della magistratura.

5. Ci sono rischi di interferenze politiche o esterne sulla magistratura?

Professionista favorevole al SÌ
I magistrati restano soggetti solo alla legge. In uno Stato di diritto è il Parlamento che fa le leggi in rappresentanza dei cittadini, mentre la magistratura le applica. La garanzia del sistema dipende anche dalla qualità della partecipazione democratica e dal controllo degli elettori sui propri rappresentanti.

Professionista favorevole al NO
Le interferenze politiche esistono già quando esponenti politici sotto processo cercano di delegittimare la magistratura. Una riforma che indebolisce la rappresentanza unitaria della magistratura potrebbe rendere queste pressioni più efficaci. Basti pensare al commento della figlia di Berlusconi, che considera questo referendum una vittoria di suo padre.


6. Quali cambiamenti pratici prevede la riforma per la carriera dei magistrati?

Professionista favorevole al SÌ
L’obiettivo è aumentare la professionalità, la formazione e l’autogoverno della magistratura. Questo dovrebbe portare a un’applicazione della legge più efficiente, più rapida e più attenta ai diritti dei cittadini.

Professionista favorevole al NO
Nel breve periodo cambierebbe poco. In prospettiva si potrebbero avere concorsi separati per giudici e PM senza possibilità di passare da una funzione all’altra. Non è però chiaro se questo migliorerebbe davvero la qualità della giustizia.


7. Come potrebbero cambiare i criteri di selezione e promozione dei magistrati?

Professionista favorevole al SÌ
L’idea è ridurre clientelismi e valutazioni politiche e premiare maggiormente la professionalità.

Professionista favorevole al NO
Secondo i sostenitori della riforma si ridurrebbe il peso delle correnti interne alla magistratura. Tuttavia anche questa conclusione muove però da molte premesse che dovrebbero realizzarsi, tutte pressoché irrealizzabili e anche sbagliate: il merito è già considerato anche oggi e non è affatto certo che il sorteggio elimini davvero questi problemi.

8. Quali cambiamenti concreti potrebbero notare cittadini e operatori della giustizia?

Professionista favorevole al SÌ
Molti avvocati sostengono questa riforma da anni perché potrebbe migliorare il funzionamento dei processi. Pubblici ministeri più preparati e un maggiore ricorso ai riti alternativi potrebbero ridurre il numero dei processi e alleggerire il lavoro dei tribunali.

Professionista favorevole al NO
Se l’indipendenza dei magistrati venisse anche solo indirettamente indebolita, potrebbero essere meno rigorosi nell’applicazione della legge, soprattutto nei casi che coinvolgono interessi politici (si pensi ai casi Albania, Sea Watch e così via). A risentirne potrebbero essere soprattutto i cittadini più deboli.


9. La riforma potrebbe influenzare la durata dei processi?

Professionista favorevole al SÌ
Secondo i sostenitori del sì, una migliore organizzazione delle indagini e un maggiore ricorso ai riti alternativi potrebbero ridurre il numero di processi inutili e rendere la giustizia più veloce.

Professionista favorevole al NO
La riforma non interviene sui fattori che determinano realmente la durata dei processi, come la carenza di risorse, personale e strutture. Per questo difficilmente avrà effetti concreti su questo problema.

10. Lei ha un’opinione personale su quale sarebbe la migliore opzione? Se sì, perché?

Professionista favorevole al SÌ
Io voterò serenamente “sì”, e lo faranno allo stesso modo tutti i miei clienti, che statisticamente hanno ragione o torto al 50%. Chi ha ragione non vuole attendere almeno 12 anni e spendere 30–50 mila euro per vedere riconosciuta la propria ragione, mentre chi ha torto ottiene un vantaggio per aver collaborato. Questo già accade, ma accadrebbe di più se ci fossero pubblici ministeri preparati, consapevoli dei rischi legati al sottovalutare la loro funzione, e giudici separati dai pm, che individuano le mancanze di questi ultimi e le segnalano, non per motivi politici, ma per garantire una migliore e più umana applicazione del diritto.


Professionista favorevole al NO
La Costituzione dovrebbe essere modificata solo quando c’è un ampio consenso parlamentare. Il Governo dovrebbe astenersi dalle riforme costituzionali e concentrarsi sull’attuazione corretta della Costituzione, mentre il Parlamento dovrebbe discutere e migliorare le proposte ricevute, senza accettarle automaticamente. Non è corretto che il referendum venga richiesto da chi ha voluto e approvato la riforma solo per ottenere una legittimazione popolare, perché ciò crea un precedente pericoloso che potrebbe indebolire il valore della Costituzione come insieme di regole condivise, che è la cosa più importante che ci unisce. Per quanto riguarda la giustizia, essa dovrebbe essere migliorata fornendo risorse adeguate per il funzionamento degli uffici, dei giudici, del personale e dei sistemi informatici, e affrontando con attenzione e puntualità i problemi esistenti. I problemi vanno risolti con interventi mirati, come medicine o bisturi, e non con la clava o la pistola sul tavolo.


Il referendum sulla magistratura solleva questioni complesse che riguardano il funzionamento della giustizia e l’equilibrio tra i poteri dello Stato.

Come emerge dalle due interviste raccolte da noi, anche tra i professionisti del settore esistono valutazioni molto diverse sugli effetti della riforma. Da un lato c’è chi vede nella separazione delle carriere un’opportunità per rendere la giustizia più efficiente e specializzata; dall’altro c’è chi teme che le modifiche possano indebolire l’autonomia della magistratura senza affrontare i problemi strutturali del sistema giudiziario.

Riteniamo che una questione così articolata e tecnica dovrebbe essere sottoposta al voto del popolo solo dopo una corretta campagna d’informazione. Invece, ciò a cui assistiamo somiglia sempre più a una tifoseria calcistica: si invita a votare non sulla sostanza, ma sulle proprie ideologie politiche, mescolando in modo pericoloso la materia del referendum con l’idealizzazione di un politico o dei movimenti che lo sostengono, trasformando una decisione costituzionale seria in un’operazione di propaganda personale.

Sarà il voto dei cittadini, previsto per il 22-23 marzo, a stabilire quale direzione prenderà la riforma della giustizia in Italia. 

A cura di Giovanna Borrelli.

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