Non è più solo lavoro. È una questione di salute pubblica, di identità perduta e di una società che ci sta chiedendo di divorare noi stessi.
C’è un filo rosso, invisibile e tagliente, che collega le notizie di queste settimane. Un filo che parte dagli uffici asettici di Vicenza, passa per i capannoni di Treviso e finisce dietro la cassa di un supermercato toscano. Se guardiamo questi eventi singolarmente, leggiamo solo di “nuove politiche aziendali” o di vertenze sindacali. Ma se facciamo un passo indietro, e osserviamo il quadro con gli occhi lucidi di chi sente il peso di quest’epoca, vediamo emergere qualcosa di molto più inquietante.
Non siamo di fronte a una semplice evoluzione del mercato del lavoro. Siamo nel mezzo di una mutazione antropologica. Quella che stiamo combattendo non è una lotta di classe nel senso novecentesco, ma una guerra civile interiore. Il fronte non è più tra noi e il padrone, ma tra l’Io e il Me. E in questa guerra, come avvertono filosofi come Byung-Chul Han, Zygmunt Bauman e Noam Chomsky, rischiamo di perdere l’unica cosa che conta davvero: la nostra umanità.
La seduzione del “Migliorati o muori”
Tutto inizia con un sorriso, non con una minaccia. A Vicenza, l’azienda Diesel offre alle sue dipendenti il congelamento degli ovuli come benefit aziendale. Sulla carta, brilla la parola “libertà”: la libertà di scegliere quando diventare madri. Ma è davvero così?
Qui il pensiero di Noam Chomsky sulla “fabbrica del consenso” incontra la diagnosi spietata di Byung-Chul Han. Non siamo più in una società disciplinare che ci vieta le cose; siamo in una società della prestazione che ci seduce a fare le cose. Il potere oggi è “smart”: non costringe, ma piace. Offrire il social freezing è un messaggio sottile ma devastante che penetra nella psiche: la tua fertilità, il tuo tempo biologico, la tua vita fuori dall’ufficio sono un “bug” del sistema produttivo. Congelali. Mettili in pausa. Produci adesso che sei al massimo, consuma te stessa sull’altare dell’efficienza, e rimanda la vita a data da destinarsi.
È qui che scatta la trappola dell’autosfruttamento. Come spiega Han, oggi non c’è più bisogno di un padrone che ci obblighi a lavorare; siamo noi stessi a imporci ritmi sempre più serrati, illudendoci di realizzarci. La dipendente che accetta quel benefit non si sente oppressa, si sente “supportata”. Ed è proprio questa la tragedia: la vittima e il carnefice coincidono. Ci auto-ottimizziamo fino all’esaurimento, convinti che questa sia libertà, mentre in realtà stiamo solo oliando l’ingranaggio che ci stritola.
La fine del “Noi”
Se la seduzione non basta, subentra la paura. Ma non la paura del capo, bensì quella del vicino. Il caso della Bluergo di Treviso, dove ai dipendenti è stato chiesto di votare chi licenziare tra i colleghi, è l’incarnazione dell’incubo previsto da Zygmunt Bauman. Nella modernità liquida, i legami di solidarietà si sciolgono. Non siamo più una “classe”, un gruppo, una comunità. Siamo atomi impazziti in libera collisione.
Questo sondaggio aziendale è la perfetta applicazione della logica del reality show alla sopravvivenza quotidiana. Bauman ci aveva avvertito: quando la società si individualizza, i problemi sistemici (la crisi dell’azienda) vengono scaricati sulle spalle dei singoli. “Chi licenzieresti?” diventa “Chi sacrifichi per salvarti?”.
È la distruzione sistematica dell’empatia. In questo scenario, l’altro non è più un compagno di sventura, ma un ostacolo alla mia sopravvivenza. Han aggiunge un carico da novanta: in questo regime neoliberista non si forma mai un “Noi” capace di ribellarsi. Siamo troppo occupati a sgomitare, a competere, a dimostrare di essere più performanti del collega, per accorgerci che la barca sta affondando per tutti.
Il Panopticon nella testa: L’ansia del controllo totale
E poi c’è il controllo. Non quello palese delle telecamere, ma quello interiorizzato, paranoico. Il licenziamento dei cassieri PAM per aver fallito il “test del carrello” (ispettori in incognito che nascondono merce) ci dice che non esiste più un momento di tregua.
Fabio, uno dei cassieri licenziati, è crollato emotivamente. Perché? Perché in un sistema simile, l’errore umano non è contemplato. Devi essere una macchina.
Qui la società della stanchezza descritta da Han mostra il suo volto più feroce. Viviamo sotto uno sguardo panottico digitale a cui collaboriamo volontariamente, ma anche sotto uno sguardo interiore che non perdona nulla. L’ansia da prestazione diventa patologica. Non è solo stress lavorativo: è burnout. È l’infarto dell’anima.
Il burnout non è un semplice “essere stanchi”. È il risultato di un sovraccarico informativo e prestazionale continuo, è la depressione di chi si accorge di non essere più padrone di se stesso ma di essere diventato solo un “profilo” da ottimizzare. Il corpo si ribella, la mente cede, perché l’essere umano non è progettato per questa perenne stato di allerta.
Disertare per salvarsi la vita
Tutto questo ha un prezzo che non si paga in busta paga, ma in salute mentale e fisica. Stiamo diventando, come dice Han, degli “involucri”: eleganti fuori, con i nostri smartphone e le nostre vite vetrina, ma vuoti e bruciati dentro. La libertà consentita è solo una libertà monitorata, una libertà di produrre.
C’è una via d’uscita da questo tritacarne?
Forse la risposta più rivoluzionaria oggi non è fare di più, ma fare di meno. È fermarsi.
Dobbiamo avere il coraggio di disertare questa guerra.
Contro l’autosfruttamento: Dobbiamo recuperare il “tempo del non-fare”, il tempo della festa e del riposo che non serve a ricaricarsi per lavorare, ma serve a vivere e basta.
Contro l’isolamento: Dobbiamo rifiutarci di vedere il collega come un nemico. Dobbiamo ricostruire quel “Noi” che il sistema vuole frammentare.
Contro la perdita di senso: Dobbiamo riscoprire il silenzio e la contemplazione, unici antidoti al rumore incessante della comunicazione che ci vuole sempre connessi, sempre reperibili, sempre produttivi.
La vera salute, oggi, è un atto di resistenza. È dire “no” al congelamento della vita. È dire “no” al gioco al massacro tra colleghi. È dire “no” all’idea che il nostro valore umano dipenda dalla nostra performance.
Riprendiamoci il diritto di essere stanchi, di essere imperfetti, di essere umani. Prima che di noi resti solo un profilo LinkedIn aggiornato e un vuoto incolmabile.
A cura di Daniele Casolino per la Clinica del Lavoro.