Quello che la legge non sa fare
Sul decreto Valditara e la sfiducia verso chi educa.
Ho visto un video su Instagram. Un ragazzo, attivista, si guardava intorno esterrefatto e diceva con voce ferma: «Secondo la legge italiana una ragazza di quattordici anni — quindi di terza media — se consenziente può avere rapporti sessuali. Ma non le è consentito di scegliere per la sua educazione psico-affettiva. Se i suoi genitori non vogliono.»
Questa è la contraddizione al cuore della legge 104 del 9 giugno 2026, il cosiddetto decreto Valditara sul «consenso informato» nelle scuole. Una legge che vieta di fare educazione sessuo-affettiva con i bambini della scuola dell’infanzia e primaria — divieto assoluto — e che per le medie e le superiori subordina ogni intervento di professionisti esterni all’autorizzazione scritta preventiva delle famiglie. Con possibilità di veto. Con obbligo di attività alternative per chi non firma.
Lo scrivo da psicologo che lavora nelle scuole da anni. Con offesa. Non con la compostezza del commentatore neutrale che soppesa i pro e i contro, ma con la stanchezza di chi ha visto cosa succede quando queste cose non si fanno, e sa benissimo cosa questa legge produrrà.
Partiamo da quello che la legge dice davvero. Prima di entrare in una scuola per parlare di educazione sessuo-affettiva, un professionista dovrà aspettare che ogni singola famiglia firmi un’autorizzazione. Chi non firma ha il diritto di escludere il proprio figlio. La scuola è tenuta a predisporre attività alternative. L’informativa preventiva deve includere obiettivi, contenuti, materiali e il curriculum dell’esperto coinvolto.
Questo si chiama «consenso informato». Nel mondo sanitario il consenso informato serve a tutelare il paziente di fronte a una procedura che comporta rischi fisici. Applicarlo a un laboratorio sull’affettività in una scuola media significa dire esplicitamente che l’educazione psico-affettiva è un rischio da cui le famiglie devono potersi proteggere. Significa dire che gli insegnanti e i professionisti che entrano nelle scuole non sono titolari di una funzione educativa riconosciuta, ma tutor privati da pagare — come si faceva un tempo nelle casate nobiliari, per usare un’immagine che non ho inventato io.
Dopo anni di formazione, di supervisione, di lavoro sul campo con ragazzi reali in situazioni reali, trovo questa impostazione profondamente offensiva. Non per me. Per il ragazzo di quattordici anni che arriva in aula forse con una storia di abuso e che la legge decide di lasciare fuori dalla possibilità di ricevere strumenti per leggere quello che gli sta succedendo.
Esiste un dato che questa legge finge di non conoscere. La maggior parte delle violenze sessuali e degli abusi sui minori avviene in famiglia, o nell’ambito delle relazioni familiari strette. I numeri dell’ISTAT e della letteratura internazionale su questo sono inequivocabili da decenni. Il contesto familiare è il primo luogo di rischio, non il luogo neutro che la legge presuppone quando consegna ai genitori il veto sull’educazione sessuo-affettiva dei figli.
Significa che la legge dà a chi può essere il problema il potere di bloccare la soluzione. Significa che un genitore ha ora lo strumento legale per impedire che quel figlio riceva in un contesto sicuro — la scuola — le informazioni e gli strumenti che potrebbero aiutarlo a riconoscere quello che subisce, a dargli un nome, a chiedere aiuto.
Le operatrici dei centri antiviolenza che lavorano nelle scuole descrivono sempre la stessa scena. Un ragazzo si alza e dice di essere gay, e nomina chi lo ha bullizzato per anni. I bulli ammutoliscono. Perché quando non possono usare parole offensive o gesti violenti, non hanno altri strumenti per esprimersi. Non li hanno mai avuti. Nessuno glieli ha mai dati.
Questa è la conseguenza diretta dell’assenza di educazione psico-affettiva: non l’ingenuità, ma la violenza come unico vocabolario disponibile. I ragazzi accedono a contenuti pornografici violenti anche a otto anni. Gli episodi di violenza di gruppo contro coetanei, migranti, omosessuali sono in aumento. Gli stupri commessi da minorenni sono in aumento. In questo scenario il Governo ha deciso che il problema urgente sono i professionisti che entrano nelle scuole per parlare di consenso e relazioni affettive.
L’Austria ha educazione sessuale obbligatoria nelle scuole dal 1970. La Francia ha introdotto il programma EVAR — Éducation à la Vie Affective et Relationnelle — come materia strutturata nel 2025, con tre sessioni obbligatorie all’anno per ogni grado scolastico. La Spagna ha legge sull’educazione sessuale dal 2006. L’OMS e il Consiglio d’Europa hanno prodotto linee guida che raccomandano l’educazione sessuo-affettiva a partire dalla scuola dell’infanzia, strutturata per età, come strumento di prevenzione della violenza di genere e di promozione della salute.
Evidenza scientifica accumulata in decenni di ricerca e di applicazione. I Paesi che hanno introdotto educazione sessuo-affettiva strutturata registrano tassi più bassi di violenza di genere tra i giovani, gravidanze indesiderate in adolescenza in calo, maggiore capacità di riconoscere e segnalare abusi. I dati esistono. Sono accessibili. Chiunque abbia lavorato su questo tema li conosce.
Il decreto Valditara va nella direzione esattamente opposta a ciò che la letteratura scientifica indica. Questo non è un disaccordo su valori. È un disaccordo con i fatti.
L’articolo 3 della Costituzione pone come compito della Repubblica «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana.» Studi italiani, europei e internazionali comprovano che l’educazione sessuo-affettiva favorisce proprio quel pieno sviluppo. Il decreto la vieta o la rende difficoltosa.
L’articolo 33 tutela la libertà di insegnamento: «l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento.» Il decreto subordina l’insegnamento al permesso delle famiglie. Non alla comunicazione — che sarebbe legittima, corretta, parte di un rapporto trasparente con le famiglie che i professionisti seri già praticano. Al permesso. Con possibilità di veto.
La differenza tra comunicare e chiedere il permesso non è burocratica. È la differenza tra riconoscere la professionalità di chi educa e negarla.
Non scrivo questo articolo solo per denunciare. Lo scrivo perché chi lavora in questo campo deve sapere che esistono margini, e che vale la pena presidiarli.
Il welfare culturale — la legge che riconosce le attività culturali come strumento di promozione della salute e consente alle ASL di finanziarle — apre uno spazio. Un laboratorio sull’alfabetizzazione emotivo-relazionale proposto attraverso un canale sanitario e culturale non è soggetto alle stesse restrizioni di un intervento classificato come «educazione sessuale».
Noi professionisti educatori, lavoriamo esattamente su questo: educazione informale, pensiero critico, alfabetizzazione emotiva, lettura del proprio mondo come pratica di salute. Sono strumenti per non lasciare i ragazzi completamente soli mentre la politica decide che la loro formazione emotiva è un pericolo da cui proteggere le famiglie.
Ho lavorato in contesti scolastici difficili. Ho incontrato ragazzi che non avevano mai sentito pronunciare la parola «consenso» e non sapevano dargli forma. Nessuno di loro aveva bisogno che la legge proteggesse le loro famiglie da me. Avevano bisogno che qualcuno entrasse in classe e aprisse uno spazio in cui parlare di sé, delle proprie emozioni, dei propri corpi, delle relazioni. Uno spazio sicuro, guidato da qualcuno formato per farlo, in un contesto in cui farlo era legittimo e riconosciuto.
Il decreto Valditara chiude quello spazio. Lo chiude usando il linguaggio della tutela dei minori. È una delle più efficaci forme di ipocrisia legislativa che ho visto in anni di lavoro. E scriverlo, almeno, è ancora consentito.
Voglio ringraziare per l’acceso dibattito e l’analisi attiva:
INSE – Italy Needs Sex Education
La dottoressa Serena Anderlini e Flavia Restivo per aver messo in moto una fitta rete presente e cosciente.
A cura di Daniele Casolino.
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