UN PAESE NON È UNA CARTOLINA
rigenerazione dei territori solar
Identità, cultura e relazioni per far vivere davvero i paesi
Nelle Marche una legge pensata per contrastare la desertificazione commerciale dei centri storici è diventata, nel dibattito pubblico, la “legge anti-kebab”.
Il testo normativo è più articolato dello slogan. La legge regionale n. 9 del 27 luglio 2026 parla di riqualificazione dei centri storici, recupero dei locali inutilizzati, servizi di prossimità, sostegno al commercio e all’artigianato, qualità dello spazio pubblico. Consente ai Comuni, nel rispetto della normativa vigente e del principio di non discriminazione, di introdurre limitazioni all’insediamento di determinate attività commerciali.
La legge ha ora superato anche l’esame del Governo, che non l’ha impugnata. Il provvedimento è quindi pienamente operativo e il tema si sposta ancora di più dal piano della polemica a quello delle scelte concrete che i Comuni potranno compiere.
La legge non parla di kebab né di negozi etnici. È nel racconto pubblico che il tema assume un altro significato. Nell’intervista al presidente della Regione Francesco Acquaroli pubblicata il 22 settembre dal Secolo d’Italia, il provvedimento viene presentato come uno strumento per difendere il Made in Italy, valorizzare le eccellenze locali e mettere un freno alla crescita delle attività estere. Acquaroli lega la norma alla tutela dei centri storici e alla necessità di valorizzare “la nostra identità”, le specialità enogastronomiche, l’artigianato e le attività manifatturiere locali.
Se il tema della desertificazione commerciale viene raccontato attraverso una contrapposizione tra ciò che è espressione della “nostra identità” e ciò che viene percepito come esterno alla tradizione locale, non stiamo più discutendo soltanto di commercio. Stiamo discutendo di chi e che cosa consideriamo parte di un luogo.
Uso volutamente la parola paesi, non borghi. “Borgo” richiama spesso una narrazione da cartolina: bellezza, autenticità, prodotti tipici, turismo. Ma un paese è prima di tutto un luogo abitato, attraversato da memorie, trasformazioni, conflitti e nuove presenze.
Una bottega artigiana storica racconta certamente un territorio. Ma lo raccontano anche una biblioteca, una scuola, un’associazione, un’attività appena nata, una famiglia che decide di trasferirvisi o un ristorante che propone cibi provenienti da altre tradizioni.
Quando qualcosa smette di essere percepito come estraneo e comincia a essere riconosciuto come parte del luogo?
Qui mi torna in mente Luca Molinari, che ne La meraviglia di tutti richiama la necessità di uscire tanto da una globalizzazione che appiattisce le differenze quanto dall’idea di radici immobili. Parla di mescolanza, relazione, creolizzazione: di identità che si costruiscono nell’incontro, non nella chiusura.
L’identità non è una fotografia. È un processo. È ciò che ereditiamo, ma anche ciò che continuiamo a costruire insieme.
Per questo, credo, se vogliamo contrastare spopolamento e desertificazione, commercio e ospitalità sono importanti ma non bastano. Servono scuole, trasporti, servizi, biblioteche, teatri, spazi culturali e luoghi di aggregazione.
Il lavoro culturale può, quindi, avere una funzione concreta. Un locale vuoto può diventare un laboratorio, uno spazio per adolescenti, un atelier. Una biblioteca può diventare un presidio di comunità. Un Comune può sostenere residenze artistiche, archivi partecipati, mappe di comunità e progetti costruiti insieme da abitanti, scuole, associazioni e attività economiche.
Non sono semplicemente attività da aggiungere a un calendario. Sono strumenti attraverso cui una comunità può interrogarsi su ciò che vuole conservare, sulle trasformazioni che sta attraversando e su chi vuole diventare.
Molinari insiste anche sulla necessità di recuperare uno sguardo progettuale: imparare a guardare i luoghi non soltanto per ciò che sono, ma per le possibilità che ancora contengono, interrogando gli spazi che attraversiamo ogni giorno e immaginando come potrebbero essere abitati in futuro.
E fa un invito importante a chi lavora nella cultura e nella progettazione territoriale: «dobbiamo tornare ad avvicinare la figura del progettista a quello del poeta». Ovvero, non limitarsi a risolvere problemi o riempire spazi, ma costruire narrazioni, aprire possibilità, cambiare lo sguardo e aiutare una comunità a immaginare ciò che ancora non esiste.
Anche il turismo può essere ripensato da questa prospettiva.
Cosa ci spinge davvero a visitare e ricordare un paese? Non soltanto ciò che fotografiamo, compriamo o mangiamo. Spesso ricordiamo una persona incontrata, una storia ascoltata, una festa, un laboratorio, qualcuno che ci ha insegnato a vedere un luogo in maniera diversa.
La cultura può trasformare il turismo da consumo di un’immagine a incontro con l’identità viva di un territorio. Una passeggiata può intrecciare paesaggio e testimonianze; un festival mettere in relazione visitatori e abitanti; una mappa di comunità raccontare non soltanto monumenti e prodotti tipici, ma memorie, competenze, trasformazioni e contraddizioni.
La domanda non è allora soltanto “come rendiamo questo luogo più attrattivo?”, ma ci fa chiedere quale vita vogliamo rendervi possibile e chi può partecipare alla sua costruzione.
Se vogliamo davvero proteggere l’identità dei nostri paesi, non possiamo limitarci a stabilire quali attività siano coerenti con un’immagine già data. Dobbiamo creare le condizioni perché quell’identità continui a essere prodotta: attraverso servizi, lavoro, cultura, relazioni e possibilità di partecipare alla vita collettiva.
Un paese non resta vivo quando assomiglia alla propria cartolina. Resta vivo quando persone diverse possono riconoscersi in quel luogo e contribuire a trasformarlo.
Fonti: Legge Regione Marche n. 9/2026; intervista a Francesco Acquaroli, Secolo d’Italia, 22 settembre 2026; “La Meraviglia Di Tutti” di Luca Molinari, Ed Einaudi 2023.
A cura di Stefania Minciullo.
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