Attivare territori, costruire il futuro: intervista a Tommaso Ferrucci
Innovazione sociale solar
La transizione energetica non è solo una questione di efficienza tecnica o di calcoli ingegneristici: è, prima di tutto, un potente strumento di attivazione territoriale e sociale.
È questa la convinzione che guida il lavoro di Tommaso Ferrucci, progettista e consulente torinese che da anni si muove sul confine tra innovazione tecnologica e sviluppo umano. Specializzato in progetti di decarbonizzazione, comunità energetiche e governance sostenibile, Tommaso ha scelto di non limitare il suo sguardo all’analisi dei dati, ma di immergersi nella realtà complessa dei territori.
La sua missione è chiara: trasformare le buone intenzioni in impatti reali, agendo laddove la fragilità infrastrutturale e lo spopolamento minacciano la tenuta delle nostre aree interne. Un impegno che trova il suo laboratorio a cielo aperto in Valle Soana, con il progetto Comunità Sassifraga, un’iniziativa di rigenerazione territoriale che mette al centro la cultura, il co-living e nuove forme dell’abitare, dimostrando come la sostenibilità possa diventare il collante di una nuova visione comunitaria.
Ciao Tommaso, ci racconti in breve chi sei, di cosa ti occupi, del tuo lavoro e dei tuoi progetti?
Mi occupo di progettazione e gestione di progetti legati alla transizione energetica e allo sviluppo territoriale. Nel mio lavoro seguo iniziative europee e locali su comunità energetiche, decarbonizzazione, accesso all’energia e modelli di governance sostenibile, collaborando con enti pubblici, partner internazionali, imprese e comunità locali. Accanto all’attività professionale, porto avanti anche un percorso di ricerca sul tema delle comunità energetiche e della flessibilità energetica, con l’obiettivo di connettere analisi tecnica, visione strategica e applicazione concreta. Negli ultimi anni ho cercato di costruire un profilo capace di tenere insieme competenze ingegneristiche, coordinamento progettuale e attenzione all’impatto sociale dei processi di transizione. Per me l’energia non è solo una questione tecnica: è anche uno strumento per attivare territori, creare cooperazione e generare nuove opportunità di sviluppo. Questo approccio si riflette anche nel lavoro che sto portando avanti in Valle Soana con Comunità Sassifraga, un progetto di rigenerazione territoriale che unisce cultura, comunità e nuove forme dell’abitare. L’obiettivo è contrastare lo spopolamento attraverso un presidio culturale stabile, il festival MontagneOltre, spazi di coworking e, in prospettiva, un coliving comunitario. È un progetto che rappresenta bene il modo in cui mi piace lavorare: mettere in relazione innovazione, sostenibilità e dimensione umana, costruendo iniziative che abbiano radicamento locale e visione di lungo periodo.
Come mai hai deciso di intraprendere questo percorso? Che cosa ti motiva e ti interessa veramente?
Quello che mi motiva davvero è sentire che quello che faccio ha un’utilità concreta, che non resta solo sulla carta. Mi interessa lavorare su progetti che migliorano i territori e la vita delle persone, e credo che l’energia, da questo punto di vista, sia un tema potentissimo: tocca la sostenibilità, ma anche l’equità, l’autonomia delle comunità e la possibilità di costruire sviluppo in modo più giusto. Ho scelto questo percorso perché, studiando e poi lavorando, ho capito che la parte tecnica da sola non mi bastava. Mi piace l’ingegneria, mi piace capire come funzionano le cose e trovare soluzioni, ma mi interessa soprattutto quando queste soluzioni hanno un impatto reale e collettivo. Le esperienze nei progetti sull’accesso all’energia, nelle comunità energetiche e nel lavoro con enti locali mi hanno fatto capire che è proprio lì che voglio stare: nel punto in cui competenze tecniche, progettazione e dimensione sociale si incontrano. C’è poi un’altra cosa che per me conta molto: la dimensione comunitaria. Vengo anche da esperienze di volontariato e di organizzazione dal basso, e penso che il cambiamento più interessante nasca quasi sempre da lì, dalle persone che si mettono insieme per costruire qualcosa che abbia senso. È anche il motivo per cui oggi tengo molto a Comunità Sassifraga in Valle Soana: perché dentro quel progetto ci sono tante cose in cui credo, cioè il legame con i territori, la cultura come strumento di attivazione e l’idea che si possano creare nuovi modi di abitare e vivere i luoghi.” Alla fine, il motivo per cui ho intrapreso questo percorso è semplice: mi interessa lavorare su trasformazioni che siano sì innovative e sostenibili, ma anche profondamente umane.
Quali sono le criticità più importanti nel tuo territorio?
Nel territorio in cui lavoro vedo due criticità molto forti, che spesso si intrecciano tra loro. La prima è la difficoltà di trasformare buone idee e risorse disponibili in progetti realmente attuabili. Questo vale molto nel campo dell’energia: esistono strumenti, tecnologie e finanziamenti, ma tra complessità normativa, tempi lunghi, frammentazione degli attori e scarsa capacità amministrativa, soprattutto nei piccoli comuni, il passaggio dall’idea all’implementazione è ancora molto difficile. La seconda grande criticità riguarda invece la tenuta sociale dei territori, soprattutto fuori dai grandi centri urbani. Penso in particolare alle aree interne e montane, dove problemi come spopolamento, invecchiamento della popolazione, carenza di servizi, fragilità infrastrutturale e forte stagionalità rischiano di indebolire il tessuto locale. In contesti come la Valle Soana, per esempio, la questione non è solo ‘portare persone’, ma creare condizioni reali perché si possa vivere, lavorare e restare in modo stabile. Per questo credo che oggi una delle sfide più importanti sia costruire progetti capaci di tenere insieme dimensione tecnica e dimensione comunitaria. Da un lato servono strumenti concreti su energia, efficienza, governance e sviluppo economico; dall’altro servono cultura, servizi, spazi condivisi e occasioni che rendano un territorio attrattivo e vivibile. È anche il motivo per cui mi interessa lavorare proprio all’incrocio tra transizione energetica e rigenerazione territoriale.
Nel tuo territorio cosa dovrebbe portare l’innovazione sociale per generare un vero cambiamento?
Nel mio territorio, l’innovazione sociale dovrebbe prima di tutto portare connessioni reali: tra persone, istituzioni, competenze e bisogni che oggi spesso restano separati. Uno dei problemi più grandi, sia nelle città sia nei territori più fragili, è che esistono energie, idee e anche risorse, ma troppo spesso non riescono a incontrarsi in modo strutturato. Per generare un vero cambiamento, l’innovazione sociale dovrebbe creare spazi e processi capaci di mettere in relazione amministrazioni locali, cittadini, giovani, professionisti, associazioni e imprese. Nel caso dei territori montani e delle aree interne, penso che dovrebbe soprattutto portare nuove condizioni di abitabilità: non solo servizi, ma occasioni concrete per restare, tornare o trasferirsi. Questo significa rendere possibile vivere e lavorare in quei luoghi in modo dignitoso, accessibile e continuativo. Quindi non interventi isolati, ma ecosistemi fatti di cultura, spazi condivisi, opportunità professionali, partecipazione e cura dei beni comuni. Per me il vero cambiamento avviene quando l’innovazione sociale non si limita a ‘fare un progetto’, ma riesce a rafforzare la capacità di un territorio di attivarsi da solo nel tempo. Dovrebbe quindi portare fiducia, cooperazione e strumenti concreti per rendere le comunità più autonome e più inclusive. È anche il motivo per cui credo molto in progetti che tengono insieme rigenerazione territoriale, cultura e sostenibilità: perché possono produrre un impatto non solo economico, ma anche sociale e relazionale. Se dovessi dirlo in modo molto semplice, direi questo: nel mio territorio l’innovazione sociale dovrebbe aiutare a trasformare luoghi fragili in luoghi generativi, dove le persone non si limitano a resistere, ma possono davvero immaginare un futuro.
Quale contributo ti piacerebbe portare all’interno del gruppo?
Mi piacerebbe portare nel gruppo di progettazione una capacità di tenere insieme visione e concretezza. Da un lato ho una formazione tecnica e un’esperienza maturata nella gestione di progetti complessi, anche europei, legati alla transizione energetica, alle comunità energetiche e ai modelli di governance; dall’altro mi interessa molto lavorare sui processi, sulle relazioni e sulla costruzione di percorsi che abbiano un impatto reale sui territori. Penso di poter contribuire con un approccio molto orientato alla collaborazione: ascolto, sintesi, coordinamento tra attori diversi e capacità di tradurre idee anche molto ambiziose in attività, priorità e passi operativi. È un aspetto che attraversa sia il mio lavoro, dove collaboro con enti pubblici, partner internazionali, imprese e comunità locali, sia i progetti che sto sviluppando in prima persona, come Comunità Sassifraga, dove il tema della co-progettazione, della partecipazione e del dialogo con il territorio è centrale. Porterei anche una sensibilità forte per i territori fragili e per tutto ciò che riguarda la dimensione comunitaria del cambiamento. Vengo da esperienze di volontariato, organizzazione culturale e lavoro collettivo che mi hanno insegnato quanto sia importante costruire fiducia, coinvolgere le persone e creare spazi in cui competenze diverse possano rafforzarsi a vicenda. Per questo, dentro un gruppo di progettazione, mi piacerebbe essere una persona capace non solo di proporre contenuti, ma anche di aiutare a creare metodo, coesione e continuità. In sintesi, credo di poter portare un contributo che unisce progettazione, responsabilità e attenzione umana: la capacità di leggere i problemi in modo strutturato, ma senza perdere di vista le persone, i contesti e la qualità delle relazioni.
Cosa vedi nel futuro dell’innovazione sociale?
Nel futuro dell’innovazione sociale vedo sempre meno progetti isolati e sempre più processi capaci di mettere insieme dimensione sociale, ambientale ed economica. Credo che le sfide dei prossimi anni, transizione energetica, crisi climatica, spopolamento, accesso ai servizi, nuove fragilità del lavoro, richiederanno soluzioni che non siano solo tecniche o solo assistenziali, ma capaci di attivare comunità, costruire cooperazione e generare autonomia nei territori. Per questo penso che il futuro dell’innovazione sociale sarà sempre più legato alla capacità di creare infrastrutture di comunità: spazi condivisi, reti locali, modelli collaborativi, servizi ibridi, strumenti di partecipazione e nuove forme dell’abitare e del lavorare. Non la vedo come qualcosa di separato dagli altri ambiti, ma come un modo di ripensare lo sviluppo. In questo senso, per me, esperienze che tengono insieme cultura, sostenibilità e territorio, come il lavoro che stiamo facendo con Comunità Sassifraga in Valle Soana, vanno proprio in questa direzione. Vedo anche un bisogno crescente di figure e gruppi capaci di stare al confine tra mondi diversi: tra tecnica e relazioni, tra istituzioni e cittadinanza, tra progettazione e cura. L’innovazione sociale del futuro, secondo me, funzionerà davvero quando riuscirà a non essere solo ‘creativa’, ma anche solida, replicabile e radicata nei contesti reali.
Che consigli daresti a una persona che vuole intraprendere una strada simile alla tua?
Il primo consiglio che darei è di non pensare a questo percorso come a una traiettoria lineare. Nel mio caso è nato dall’incontro tra formazione tecnica, ricerca, progettazione e tante esperienze molto diverse tra loro, anche di volontariato e lavoro collettivo. Per questo direi: costruisci delle competenze solide, ma lascia spazio anche a ciò che ti mette in contatto con i territori, con le persone e con problemi reali. È lì che si capisce davvero che tipo di contributo si vuole dare. Un secondo consiglio è non separare troppo la dimensione tecnica da quella umana. Anche se si parte da studi specialistici, secondo me è importante imparare a lavorare con persone che hanno linguaggi, priorità e competenze diverse: amministrazioni, associazioni, comunità locali, ricercatori, imprese. Le idee migliori spesso nascono proprio da questa capacità di tradurre, ascoltare e tenere insieme pezzi diversi. Direi anche di fare esperienza concreta il prima possibile, senza aspettare di sentirsi ‘pronti’. Progetti piccoli, collaborazioni, associazionismo, ricerca applicata, iniziative dal basso: tutto serve. Personalmente, molte delle cose che oggi considero più importanti nel mio percorso non vengono solo dal lavoro formale, ma anche da contesti in cui ho imparato a organizzare, prendermi responsabilità, lavorare in gruppo e costruire qualcosa insieme ad altri. Infine, consiglierei di scegliere un tema che ti tocchi davvero, perché è un percorso che richiede energia, continuità e anche pazienza. Se c’è una cosa che ho capito è che vale la pena lavorare su ciò in cui si riconosce un senso profondo: nel mio caso, provare a mettere insieme sostenibilità, comunità e territori. Quando trovi quel punto di incrocio, fai più fatica forse, ma reggi meglio nel lungo periodo.
Tommaso fa parte del gruppo Solar, il gruppo di attivistɜ che si riunisce online ogni mercoledì per decidere le iniziative e la linea editoriale della nostra community.
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