Enrico Profile

Negli ultimi anni Enrico Giorgino ha costruito un percorso che unisce progettazione europea, cooperazione internazionale, formazione ed educazione ai diritti umani. Esperienze diverse, ma accomunate dalla volontà di contribuire alla costruzione di progetti capaci di generare opportunità e rispondere ai bisogni delle persone e dei territori.

Il suo percorso racconta una delle sfide più importanti dell’innovazione sociale: mettere in dialogo competenze, organizzazioni e comunità per costruire risposte che abbiano un impatto reale. Gli abbiamo chiesto di raccontarci cosa lo ha portato fin qui, quali sfide vede oggi e perché crede che la collaborazione sia uno degli strumenti più importanti per generare cambiamento.

Ciao Enrico, ci racconti in breve chi sei, di cosa ti occupi, del tuo lavoro e dei tuoi progetti?

Mi occupo di project management e progettazione su fondi UE (Erasmus+, Horizon, Interreg, ESF+, etc.) con un focus su partnership multi-stakeholder, capacity building e valutazione di impatto. Ho lavorato su iniziative sociali di McKinsey (Generation Italy e Generation Spain), poi come Business Development Manager in una startup digitale nel settore eventi corporate tra il 2022 e il 2023, e più di recente su assistenza tecnica e policy studies con t33 ad Ancona. Negli ultimi mesi mi sono concentrato su tre filoni che si intrecciano: la progettazione di proposte EU (scrittura tecnica, partenariati, budget), il monitoraggio e valutazione — competenza che sto consolidando, anche con una certificazione ITC-ILO — e la formazione, soprattutto su temi di diritti umani, migrazione e integrazione, che porto avanti come educatore freelance con Action Against Hunger nelle scuole lombarde. Nel 2024 ho anche formato docenti tramite corsi sulle “Tecnologie per l’insegnamento” da me sviluppati e tenuti (20-25h a corso). Quello che mi interessa di Apical è la possibilità di portare questa combinazione su programmi come Sophia: affiancarvi sia sull’attività didattica e di formazione, sia sulla progettazione e gestione di progetti EU e nazionali, sia eventualmente su attività di M&E.

Come mai hai deciso di intraprendere questo percorso? Che cosa ti motiva e ti interessa veramente?

Quello che mi muove è il desiderio di vedere un impatto concreto, insieme all’interesse per i meccanismi attraverso cui quell’impatto si realizza: programmazione, finanziamenti, partnership. Attualmente lavoro sulla comunicazione su temi di assistenza tecnica e policy studies con t33, sull’educazione ai diritti umani con Action Against Hunger nelle scuole lombarde e, in negli scorsi mesi, ho collaborato con Sinergia sulla progettazione di proposte EU. Prima ancora sono stato Business Development Manager in una startup di eventi corporate (Kampaay). All’inizio del mio percorso ho lavorato per 4 anni sulle iniziative sociali di McKinsey, Generation Italy e Generation Spain. Le radici di questo percorso però sono ancora prima: un servizio volontario europeo in Moldova su protezione dell’infanzia e diritti dei rifugiati, stage a Human Rights Watch e all’OHCHR a Ginevra, una ricerca sul campo in India sui diritti delle minoranze religiose. Lì ho capito che il lavoro sul campo mi interessava. Continuo a tenere viva questa dimensione tramite il volontariato con NAGA Milano, come consulente legale per migranti e richiedenti asilo. Apical mi interessa perché offre servizi nel sociale: anche lavorando su progettazione e gestione di progetti, l’impatto sui beneficiari finali dei programmi è reale. In più, il mix di competenze richiesto (progettazione EU, formazione, M&E) è vicino al percorso che ho costruito, il che mi fa pensare di poter portare valore da subito.

Quali sono le criticità più importanti nel tuo territorio?

A Milano e in Lombardia vedo soprattutto tre criticità. Primo, la pressione abitativa e il costo della vita: a Milano il 22% dei residenti ha un background migratorio, e le esigenze cambiano molto tra chi è qui da tempo (casa, lavoro precario, sicurezza) e chi arriva di recente (orientamento, lingua, accesso al lavoro). Secondo, un sistema di accoglienza spesso scollegato dai percorsi educativi e lavorativi, con poca continuità tra scuola, formazione e inserimento – è la qualità della “catena di servizi”, non solo la sua esistenza, a fare la differenza. Terzo, un divario crescente nelle competenze digitali e trasversali tra studenti di contesti diversi, che ho toccato direttamente lavorando come educatore nelle scuole.

Nel tuo territorio cosa dovrebbe portare l’innovazione sociale per generare un vero cambiamento?

Servirebbe innovazione che colleghi i punti esistenti invece di crearne altri isolati: integrare scuola, formazione e inserimento lavorativo in percorsi continui, soprattutto per giovani e famiglie migranti. Questo richiede una governance condivisa e co-progettata tra pubblico, terzo settore e privato – non iniziative parallele e scollegate. Servirebbe anche innovazione “socio-tecnica”, per usare un’espressione che ho sentito di recente: la tecnologia da sola non basta, serve che sia al servizio delle persone e dei loro percorsi reali, non un fine a sé stante. E serve un cambio di linguaggio e postura: trattare le persone coinvolte non come beneficiari passivi, ma come protagonisti con agency propria. Infine, servirebbero strumenti più solidi di misurazione dell’impatto, per capire cosa funziona davvero e indirizzare lì le risorse, invece di disperderle su iniziative non valutate.

Quale contributo ti piacerebbe portare all’interno del gruppo Solar?

Quello che mi piacerebbe portare è un approccio alla formazione che parte dall’ascolto: per me insegnare significa costruire un dialogo dove ogni persona – studente, collega, beneficiario di un progetto – possa portare il proprio contributo e sentirsi valorizzata. È un approccio empatico, che ho maturato lavorando con ragazzi e ragazze in contesti scolastici diversi, dove spesso la qualità della relazione conta più del contenuto stesso nel determinare se un percorso formativo ha davvero impatto. Mi piacerebbe portare questa sensibilità anche internamente al gruppo: credo che lo stesso principio – dialogo, ascolto, valorizzazione dei contributi individuali – sia quello che rende un team capace di imparare e crescere insieme.

Cosa vedi nel futuro dell’innovazione sociale?

Vedo un futuro con grandi difficoltà strutturali: una concentrazione crescente di potere economico in poche mani, e un possibile aumento della disoccupazione legato alla diffusione dell’intelligenza artificiale. In questo scenario, penso che l’elemento umano diventerà sempre più ciò che fa la differenza rispetto alle sole soluzioni digitali: relazione, ascolto, capacità di costruire fiducia sono cose che la tecnologia non potrà sostituire, e saranno proprio queste a determinare se l’innovazione sociale produce inclusione reale. Per questo credo che il futuro dell’innovazione sociale debba investire tanto sulle competenze tecniche quanto su quelle umane e relazionali – ed è esattamente l’incrocio in cui mi piacerebbe continuare a lavorare.

Che consigli daresti a una persona che vuole intraprendere una strada simile alla tua?

Il primo consiglio è iniziare subito, senza aspettare il momento “giusto” o sentirsi completamente pronti: l’esperienza concreta – anche piccola, anche da volontario – insegna molto. Il secondo è non sottovalutare il proprio network: le persone che incontri lungo il percorso, anche in ruoli diversi dal tuo, possono apportare contatti, consigli e opportunità inattese. Il terzo è non prefissarsi obiettivi troppo alti o troppo definiti all’inizio: il percorso in questo settore è spesso non lineare, e a volte le opportunità più interessanti arrivano da direzioni che non avevi previsto. Mi metto volentieri a disposizione di chiunque voglia un confronto.

Enrico fa parte del gruppo Solar, il gruppo di attivistɜ che si riunisce online ogni mercoledì per decidere le iniziative e la linea editoriale della nostra community.

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