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Il report della Commissione OMS sulla Connessione Sociale e il Quarto Report Statistico Nazionale di Caritas Italiana raccontano la stessa erosione da due angolazioni diverse. Il numero misura la ferita. Curarla chiede un lessico che il numero, da solo, non possiede.

Il 30 giugno 2025 la Commissione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sulla Connessione Sociale ha presentato un report che meriterebbe di finire sui tavoli di ogni ministero economico, oltre che su quelli della sanità. Il documento arriva a metà del mandato triennale della Commissione, istituita nel novembre 2023 e co-presieduta da Vivek Murthy e Chido Mpemba, e accompagna la prima risoluzione dell’Assemblea Mondiale della Sanità dedicata alla connessione sociale, adottata a maggio dello stesso anno. Il messaggio di fondo è tanto semplice quanto scomodo: non c’è salute senza salute sociale.

Dietro questa affermazione ci sono numeri concreti. Una persona su sei nel mondo sperimenta solitudine. La solitudine è collegata a circa 871.000 morti l’anno — cento ogni ora. Sono cifre che di solito associamo alla sanità pubblica. Il report OMS insiste però su un punto che raramente entra nel dibattito italiano sul benessere: la solitudine ha un gradiente economico preciso, misurabile, e produce a sua volta un costo che si scarica su imprese, sistemi sanitari e finanze pubbliche.

I dati sono chiari. Nei Paesi a basso reddito la prevalenza della solitudine sfiora il 24,3%. Nei Paesi ad alto reddito scende al 10,6%. Il rapporto tra le due cifre — più del doppio — traccia una linea diretta tra condizione economica e capacità di costruire e mantenere legami.

Il report propone due meccanismi per spiegare questa linea. Il primo è la “risorsa carente”: chi vive in povertà rinuncia a occasioni di socialità per mancanza di mezzi — un’abitazione troppo piccola per ospitare qualcuno, più lavori che si sovrappongono e lasciano poco tempo libero, uno spostamento che costa e quindi resta rimandato. Il secondo è il “ritiro sociale”: l’ansia, la vergogna e lo stigma che nascono dal confrontarsi con chi sta meglio spingono a isolarsi per proteggersi. Studi condotti in Mozambico e Sudafrica, tra le popolazioni indigene del Canada e tra le persone con disabilità confermano che l’isolamento sociale aggrava le condizioni di chi vive in povertà, in un circolo che si autoalimenta.

Qui la solitudine smette di essere un fatto privato e diventa quello che il report chiama esplicitamente  un determinante sociale della salute finora ampiamente trascurato. Merita lo stesso posto nelle politiche pubbliche, al centro dell’agenda anziché ai margini del disagio individuale.

Chi pensa che la connessione sociale sia un tema da lasciare ai servizi sociali dovrebbe guardare le cifre che il report mette in fila. In Spagna, nel 2021, il costo stimato della sola solitudine — spese sanitarie, perdita di produttività, impatto sul ben-essere — ha raggiunto i 14 miliardi di euro, l’1,17% del prodotto interno lordo nazionale. Nel Regno Unito la solitudine costa ai datori di lavoro l’equivalente di 3,2 miliardi di dollari l’anno, tra assenteismo, minore produttività e turnover del personale; per chi sperimenta solitudine grave, il costo individuale stimato sale a circa 12.800 dollari l’anno tra salute peggiore, minore ben-essere e minore produttività lavorativa. Negli Stati Uniti la stima complessiva per i datori di lavoro arriva a 154 miliardi di dollari l’anno, che diventano 406 miliardi se si guarda all’intera economia.

Gli effetti si misurano anche a monte, prima che la vita adulta cristallizzi le disuguaglianze. Uno studio condotto nel Regno Unito mostra che chi ha sperimentato solitudine nella prima adolescenza ha, in età adulta, una probabilità più alta di trovarsi fuori dai percorsi di istruzione, lavoro o formazione. In Norvegia, uno studio su oltre tremila adolescenti collega la solitudine giovanile a un rischio più alto di reddito ridotto in età adulta, probabilmente per la minore capacità di costruire, negli anni in cui si formano, le reti professionali che sostengono una carriera. La relazione è probabilmente bidirezionale: la solitudine aumenta il rischio di disoccupazione, e la disoccupazione a sua volta accresce la solitudine.

Il Quarto Report Statistico Nazionale 2026 di Caritas Italiana, pubblicato quest’anno sui dati della rete di ascolto diocesana, permette di guardare la stessa dinamica dentro i confini italiani, con un dettaglio che il report OMS non può offrire.

Oggi vive da sola quasi una persona adulta su cinque in Italia — 19,9%, circa 9,9 milioni di individui, una quota più che raddoppiata rispetto agli anni Novanta. Tra le persone accompagnate dalla rete Caritas nel 2025 questa quota sale al 32,9%, quasi il doppio della media nazionale, contro il 23,8% di dieci anni fa: in un decennio le persone sole seguite dai Centri di Ascolto sono cresciute del 74,9%, un ritmo molto più rapido dell’aumento complessivo dell’utenza (+48%). Chi vive solo cumula più bisogni contemporaneamente: quasi sei persone su dieci in questa condizione (59,9%) sperimentano forme di povertà multipla, contro il 28% di chi vive in nuclei con più componenti.

Caritas dà a questo fenomeno un nome preciso — povertà relazionale, la carenza o l’indebolimento dei legami familiari, amicali e comunitari che normalmente sostengono le persone nei momenti difficili — e la colloca accanto alla povertà economica, non sotto di essa. Lo stesso Report parla di “inequità di salute” per descrivere differenze evitabili e ingiuste che riflettono la distribuzione diseguale di risorse economiche, educative, abitative e relazionali insieme. Tra le persone con sofferenza mentale seguite da Caritas, quasi otto su dieci cumulano tre o più ambiti di bisogno contemporaneamente: la fragilità psichica, quando incontra l’isolamento, moltiplica ogni altra fragilità invece di sommarsi ad essa.

I numeri fin qui citati — dell’OMS come di Caritas — misurano quasi sempre la stessa cosa: quante persone, quanto reddito, quanti servizi, quanti euro. Descrivono con precisione la dimensione strutturale della connessione sociale, la sua geometria quantificabile. Restano silenti su quella qualitativa: cosa succede davvero, nel merito, quando due persone si incontrano; se quell’incontro genera fiducia, direzione, futuro. È il limite che ogni approccio statistico porta con sé per costruzione, e che il terzo settore, le realtà come Apical e le nuove imprese non estrattive stanno provando a colmare da un altro punto di partenza.

Alessandro Valente, Progettista di Ecosistemi Complessi,  che negli incontri Apical propone spesso questa distinzione, preferisce parlare di prossimità piuttosto che di comunità. La comunità evoca un confine già tracciato, un dentro e un fuori, un’appartenenza da verificare all’ingresso. La prossimità è un gesto: un avvicinarsi che non presuppone requisiti, aperto per definizione al contatto e alla relazione prima ancora che diventi legame stabile. Non a caso lo stesso lessico compare nel Report Caritas, quando descrive il rafforzamento dei servizi parrocchiali diffusi sul territorio come “welfare di prossimità”: la Chiesa più vicina alle persone, prima ancora che vicina ai loro bisogni catalogati.

In questa cornice l’ascolto smette di essere una fase preliminare, il momento in cui si raccolgono i dati prima dell’intervento vero. Diventa già l’intervento. Le 296.912 attività di ascolto registrate dalla rete Caritas nel 2025 sono già l’atto attraverso cui una persona smette di essere un caso e torna a essere un’interlocutrice, molto prima di qualunque anticamera burocratica. Miguel Benasayag distingue tra problemi, che ammettono soluzioni già previste da chi li pone, e situazioni, che chiedono invenzione perché non hanno un copione scritto in anticipo. La solitudine, in questo senso, è una situazione. Le start up non estrattive che scelgono di generare valore condiviso invece di catturarlo, e le realtà del terzo settore che progettano percorsi anziché distribuire prestazioni, condividono lo stesso gesto: inventare un futuro che il dato, da solo, non riesce a prevedere.

C’è un rischio che accompagna ogni discorso sulla connessione, ed è quello di risolverlo in un discorso sulla connettività. Lo stesso report OMS lo segnala: le comunicazioni digitali possono ampliare le occasioni di incontro, ma il loro uso eccessivo comincia a mostrare segni di danno serio. Il telefono che si controlla mentre si è seduti accanto a qualcuno non produce prossimità, produce la sua controfigura — una distanza gestita con cura perché non si veda. Il compito, per chi progetta cultura e servizi, è tenere la tecnologia digitale al suo posto: strumento che estende la portata dell’incontro, mai sostituto che evita il pensiero della distanza reale che ci separa dagli altri.

È qui che la connessione umana smette di essere un ambito settoriale del welfare e diventa una forza salutogenica in senso pieno. Aaron Antonovsky la chiamerebbe una risorsa generale di resistenza — una di quelle condizioni che permettono a una persona di attraversare le crisi mantenendo un senso di coerenza, la sensazione che la propria vita sia comprensibile, gestibile, dotata di significato. La connessione, letta così, costruisce in anticipo la capacità di reggere le crisi future, prima ancora che un danno sia avvenuto e vada riparato. Progettare cultura, per il terzo settore e per chi in esso lavora, significa allora questo — costruire i luoghi, i tempi e i gesti in cui la prossimità torna a essere possibile prima che la solitudine diventi un conto da pagare.

A cura di Daniele Casolino.

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