Disinnescare l’Antropocene
benessere collettivo rigenerazione dei territori solar
Per una nuova cultura generativa della ricchezza dell’entroterra
C’è un forno in terra cruda a Loro Piceno. Lo hanno riaperto due persone arrivate dal nord — Raffaele, che coltiva cereali antichi su dodici ettari tra San Ginesio e la valle, e la sua compagna Ilaria — dieci giorni prima del terremoto del 2016. Quando la terra ha smesso di tremare, sono rimasti. Hanno rimesso in moto un forno ottocentesco che il paese aveva smesso di usare, e con esso hanno rimesso in circolazione qualcosa di più difficile da misurare: la memoria di cosa significa produrre con la propria terra, con le proprie mani, dentro una comunità che ti riconosce.
Potremmo chiamarla restanza, con la parola che Vito Teti ha sottratto alla rassegnazione per restituirla alla scelta. Potremmo chiamarla controffensiva, con il termine che Miguel Benasayag e Bastien Cany hanno scelto per il loro libro del 2025: non una difesa, non una nostalgia, ma un’azione radicata nella complessità del presente. Potremmo anche non chiamarla in nessun modo e limitarci a guardarla: persone che decidono di fare qualcosa di reale, in un posto specifico, con quello che quel posto ha da offrire.
Ho trascorso tre giorni in Val di Fiastra a fine maggio per il Pilot Program di Apical, ospitato dallo Spazio Tradizioni Future nel chiostro di San Francesco a Loro Piceno — hub nato nell’ambito di Qui Val di Fiastra, progetto PNRR Borghi coordinato da Inabita Laboratorio Territoriale con i Comuni di Ripe San Ginesio, Loro Piceno e Colmurano. Quello che ho trovato mi ha convinto che certe domande sul futuro delle aree interne abbiano già una risposta. Il problema non è la mancanza di risorse. Il problema è che non sappiamo ancora leggerle.
Giocondo Anzidei è il referente dei Presidi Slow Food per le Marche e custode del Pecorino dei Monti Sibillini, formaggio che porta in sé secoli di transumanza e di relazione tra pastore, gregge e territorio dei Sibillini. Quando ha parlato al gruppo ha usato la parola tradizione come fanno i biologi con la memoria genetica: qualcosa che sopravvive perché è utile, perché contiene soluzioni a problemi che ritornano. Il pecorino a latte crudo dei Monti Sibillini non è un prodotto di nicchia per turisti raffinati. È il risultato di centinaia di migliaia di mani che per secoli hanno capito come trasformare l’erba di un pascolo in nutrimento, in economia, in identità collettiva.
Cristina Arrà ha portato al gruppo la voce di Meridiana Snc e del Centro di Educazione Ambientale della Riserva Naturale Abbadia di Fiastra — riconosciuto dalla Regione Marche dal 1996, attivo con scuole di ogni ordine e grado provenienti da tutta la regione e oltre. Ciò che ha detto si può sintetizzare così: i ragazzi che arrivano all’Abbadia spesso non sanno cosa stanno guardando. Camminano tra le rovine romane di Urbs Salvia, attraversano il bosco della Riserva, toccano le pietre dell’Abbazia cistercense — e tutto questo rischia di restare muto, come uno sfondo. Il lavoro educativo è restituire voce a ciò che è già lì. Insegnare a leggere un paesaggio come si legge un testo: con attenzione, con lentezza, sapendo che ogni segno ha una storia.
Questa è la prima cosa che il Pilot Program mi ha restituito con chiarezza: la Val di Fiastra non è un territorio povero che aspetta investimenti dall’esterno. È un archivio vivente di saperi, pratiche e relazioni con il paesaggio che il mondo globale — quello che promette efficienza, connettività e scalabilità — ha smesso di saper leggere. La domanda non è come portare qui il futuro. La domanda è come costruire un futuro che parta da qui.
Partecipanti al Pilot eravamo otto persone per sei progetti, con profili tanto diversi da sembrare quasi costruiti per contraddirsi. Riccardo Carmenati lavora a un progetto di archeologia esperienziale: vuole aprire il sito romano che ha studiato per anni a volontari paganti internazionali, portando chi ama l’archeologia a scavare davvero, a sporcarsi le mani, a capire come si legge la terra, dove la ricchezza storica si studia sui libri ma si vive sul campo. Carlo Del Bianco e Lucrezia Bencivenga stanno costruendo un’offerta di esperienze agricole e gastronomiche attorno a un orto romano: cura, raccolta, piantumazione, trasformazione, con le varietà vegetali che i romani coltivavano in questo stesso angolo di Marche.
Francesco Scaglia e David Giacomelli lavorano su bevande fermentate naturali, combinando materie prime locali e saperi artigianali in un format di produzione e formazione.
Alessandro Braconi è socio di una Cooperativa di Comunità recentemente costituita per continuare a sedimentare processi rigenerativi per il territorio.
Federico Pierlorenzi ha un format di formazione sull’imprenditorialità che funziona con ragazzi delle medie, con adulti, con aziende: venti ore in cui si impara a vedere le domande prima di cercare le risposte.
Io ero lì con Clandestina APS, che lavora sull’educazione come leva per le giovani generazioni nelle zone interne.
Otto persone, sei progetti. Eppure il filo era lo stesso: non estrarre valore dal territorio, ma generarlo insieme a lui.
Nicola Zanola di Apical ha tenuto aperto questo spazio per cinque settimane , insieme ad Antonio D’Aniello, con il metodo che gli appartiene — domande prima delle risposte, proposta di valore prima del business plan, il cliente come persona prima che come target. Il weekend finale a Loro Piceno è stato il luogo in cui tutto questo si è sedimentato.
Benasayag e Cany in Controffensiva — Feltrinelli 2025 — descrivono il momento che stiamo attraversando come una crisi di orientamento più che di risorse. L’algoritmo non è il problema: è il sintomo di una cultura che ha creduto di poter ridurre la complessità del vivente a calcolo, la singolarità dell’esperienza a dato, la relazione a transazione. È lo stesso paradigma che ha svuotato le aree interne non perché fossero povere, ma perché non erano scalabili: troppo specifiche, troppo lente, troppo legate a contesti che non si ripetono identici altrove.
Vittorio Gallese in Il Sé digitale — Raffaello Cortina 2026 — porta questa critica sul piano delle neuroscienze: il sé si costruisce attraverso pratiche incarnate e relazioni reali. Quando affidiamo la nostra vita relazionale agli schermi e alla mediazione algoritmica non stiamo semplicemente usando uno strumento diverso. Stiamo modificando il substrato biologico attraverso cui ci conosciamo, ci riconosciamo, costruiamo appartenenza.
Papa Leone XIV nella Magnifica Humanitas — maggio 2026 — usa un linguaggio diverso per dire una cosa simile: la tecnologia non è neutrale, porta con sé la visione di chi la progetta. L’antidoto non è il divieto o il ritiro. È la capacità critica, coltivata nelle relazioni reali, nelle comunità che ancora sanno stare insieme fisicamente e produrre significato condiviso.
Ecco cosa disinnescare: non la tecnologia, ma la cultura della performance a tutti i costi che la abita. Non la connettività, ma la logica estrattiva che usa la connettività per svuotare i luoghi di senso. Non la globalizzazione, ma la polarità io-contro-te che trasforma ogni differenza in minaccia e ogni territorio in risorsa da consumare.
C’è una generazione di ragazzi nelle zone interne marchigiane che vive immersa negli schermi e si sente altrove. Lo schermo è diventato l’ambiente, non lo strumento. Il territorio attorno a loro — con la sua storia, i suoi saperi, la sua bellezza stratificata da secoli di cura — è diventato sfondo muto, esattamente come le rovine di Urbs Salvia rischiavano di restare mute per i ragazzi che ci camminavano sopra senza strumenti per leggerle.
Il punto non è togliere lo schermo. Il punto è restituire al pensiero la sua precedenza sull’ambiente digitale: riportare la tecnologia a strumento — qualcosa che si usa per fare, per costruire, per comunicare ciò che si è scoperto — e lasciare che pensiero, storia e coscienza tornino a essere il materiale con cui si costruisce un futuro. Non contro il digitale. Un futuro nuovo che lo include senza esserne inclusi.
L’educazione è la leva. Portare un ragazzo a capire che il pecorino che mangia è il risultato di una catena di relazioni tra persone, animali e paesaggio lunga secoli è un atto educativo preciso. Come lo è mostrargli un forno in terra cruda e raccontargli perché funziona ancora, e chi lo ha costruito, e cosa significa che qualcuno ha scelto di rimettere in moto qualcosa che il paese aveva smesso di usare. Come nasce un orto con i semi ritrovati da un archeologo, come bere effervescenze entusiasmanti senza sballarsi, come giocare col fare impresa. Sono le storie che producono speranza e desiderio — il materiale necessario per immaginare un futuro che non sia una versione del presente delegata all’algoritmo dopaminergico dell’AI in futuri immaginari , ma qualcosa di proprio, da scoprire, reinventare e vivere ora.
Uno degli ultimi giorni, ho guardato Raffaele mentre parlava del suo grano. Spiegava come alcune varietà locali abbiano radici più profonde delle varietà selezionate per la resa industriale — radici che cercano l’acqua lontano, tengono il suolo, non hanno bisogno di irrigazione. Stava descrivendo una soluzione alla siccità e al degrado del suolo che qualcuno aveva già trovato, secoli fa, rimasta nell’archivio del territorio in attesa che qualcuno tornasse a cercarla.
Questa è innovazione antica: non il passato come rimpianto, ma come serbatoio di soluzioni che il futuro ha bisogno di ritrovare. Non la tradizione contro il cambiamento, ma la tradizione come la forma di pensiero più testata che abbiamo a disposizione — ciò che è sopravvissuto perché funzionava, e funzionava perché teneva conto della complessità reale del vivente, non di un modello semplificato ottimizzato per la resa a breve termine.
In tempi di guerra e polarizzazione crescente — quelli che la Magnifica Humanitas descrive come il rischio di una normalizzazione del conflitto come postura culturale — la piccola comunità locale che produce valore condiviso, che cura il territorio come bene comune, che insegna ai propri giovani a leggere la ricchezza di ciò che li circonda, diventa un atto politico. Non contro qualcosa. Per qualcosa: per il modello di mondo in cui la relazione è più forte della performance, il radicamento è più solido della flessibilità infinita, e il valore di un luogo si misura nella qualità delle vite che rende possibili.
Ho lasciato Loro Piceno con una cosa in più. Una direzione più nitida. Le aree interne non hanno bisogno di essere salvate. Hanno bisogno di essere lette. E i sei progetti che ho visto crescere in questi giorni mi hanno convinto che chi le abita spesso già sa come farlo. Manca solo uno spazio in cui imparare a dircelo ad alta voce.
A cura di Daniele Casolino.
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