Pexels Vladimirsrajber 33987631

Per molto tempo abbiamo raccontato la transizione energetica come una questione di tecnologie: pannelli solari, batterie, reti intelligenti, incentivi, kilowattora. Tutto vero. Ma forse manca un pezzo del racconto. L’energia non è solo una materia tecnica: è anche una forma di relazione.

Una Comunità Energetica Rinnovabile nasce esattamente in questo spazio: tra un impianto e una comunità, tra una bolletta e un patto di fiducia, tra un investimento economico e una visione di futuro. Non è soltanto un modo per produrre energia da fonti rinnovabili. È un modo per chiedersi chi partecipa alla transizione, chi ne beneficia e quali territori rischiano di restarne esclusi.

In Italia, il nuovo quadro di incentivi ha reso le CER un tema sempre più concreto. Il GSE gestisce una misura dedicata alle Comunità Energetiche Rinnovabili e ai gruppi di autoconsumatori, con contributi in conto capitale fino al 40% delle spese ammissibili per impianti rinnovabili inseriti in configurazioni CER o di autoconsumo collettivo nei Comuni fino a 50.000 abitanti. Ma ridurre le CER a una misura finanziaria sarebbe un errore. Gli incentivi possono accendere il processo; non possono, da soli, costruire una comunità.

Non solo energia condivisa

Una CER è, in termini semplici, un insieme di soggetti, cittadini, enti locali, piccole imprese, associazioni, enti del terzo settore, che si organizzano per produrre energia da fonti rinnovabili e condividerne i benefici. L’energia non viene passata fisicamente da una casa all’altra: la condivisione avviene attraverso la rete elettrica esistente, secondo regole definite. Ciò che viene condiviso, però, non è solo energia. Sono benefici economici, ambientali e sociali.

Qui sta il punto più interessante: una CER può essere progettata come un semplice schema di incentivo, oppure come un’infrastruttura civica. Nel primo caso, rischia di diventare l’ennesimo dispositivo amministrativo, compreso da pochi e percepito da molti come distante. Nel secondo, può diventare una palestra di collaborazione locale.

La differenza non la fa soltanto la tecnologia. La fanno le domande che una comunità decide di porsi: chi può partecipare? Come vengono distribuiti i benefici? Quali soggetti fragili possono essere coinvolti? Quali servizi possono essere sostenuti grazie alle risorse generate? Che ruolo hanno il Comune, le associazioni, le imprese locali, le scuole?

Una comunità energetica funziona davvero quando diventa un progetto di territorio.

Perché le CER parlano ai territori fragili

Nei piccoli Comuni, nelle aree interne, nei borghi e nelle valli, la transizione ecologica rischia spesso di apparire come qualcosa che accade altrove: nelle grandi città, nei distretti industriali, nei piani strategici nazionali. Eppure proprio questi territori possono diventare luoghi privilegiati per sperimentare modelli più vicini, partecipati e concreti.

Una CER può partire da un tetto pubblico, da una scuola, da una palestra comunale, da un edificio cooperativo, da un gruppo di cittadini disponibili a investire o da un’amministrazione che vuole usare l’energia come leva di sviluppo locale. Ma perché il processo funzioni, serve un lavoro che precede l’impianto: ascolto, progettazione, comunicazione, fiducia.

In molti territori, il problema non è soltanto produrre energia rinnovabile. Il problema è ricostruire la capacità collettiva. Fare in modo che cittadini, amministratori, imprese e associazioni tornino a riconoscersi come parte di uno stesso ecosistema. In questo senso, le CER possono diventare strumenti di rigenerazione: non perché risolvano da sole lo spopolamento o la povertà energetica, ma perché obbligano una comunità a organizzarsi intorno a una visione condivisa.

In Canavese, il caso FERVORES

Un esempio concreto arriva dal Canavese, dove la CERS FERVORES — Comunità Energetica Rinnovabile e Solidale FERVORES E.T.S. — nasce come evoluzione di un percorso avviato dall’Unione Montana Valli Orco e Soana. La prima esperienza viene costituita nel dicembre 2022 dai Comuni di Frassinetto, Ingria, Noasca, Pont Canavese, Ronco Canavese e Valprato Soana, con l’obiettivo di produrre, consumare e gestire localmente energia elettrica da fonte rinnovabile.

Nel tempo, quel primo nucleo si allarga. Grazie alla Green Community “Sinergie in Canavese”, FERVORES diventa un progetto di territorio più ampio, pensato non come somma di iniziative separate, ma come un’unica comunità energetica solidale capace di operare su più configurazioni locali. Il perimetro oggi comprende i 27 Comuni della Green Community e si sviluppa su sei aree convenzionali di cabina primaria.

La scelta è interessante perché mostra una possibile via per le aree montane e interne: non moltiplicare piccole CER isolate, ciascuna costretta a gestire da sola complessità tecniche, amministrative e sociali, ma costruire un soggetto unitario, capace di coordinare più configurazioni e di mantenere una visione comune. In questa prospettiva, la dimensione solidale non è un’aggiunta retorica: è il modo in cui il beneficio energetico viene collegato al territorio, ai soggetti più vulnerabili, agli enti non-profit e alle attività socialmente rilevanti.

FERVORES racconta bene una verità spesso sottovalutata: per far funzionare una CER non basta individuare un impianto. Bisogna attivare prosumer, coinvolgere consumatori, costruire fiducia, accompagnare cittadini e imprese, gestire dati, regole, aspettative. In altre parole, bisogna trasformare un’architettura tecnica in una comunità operativa.

Gli incentivi sono uno strumento, non il progetto

Il contributo pubblico è importante. Può rendere sostenibile un investimento, ridurre il rischio iniziale, coinvolgere soggetti che altrimenti resterebbero esclusi. Ma l’incentivo non è la comunità.

Una CER non nasce davvero quando viene installato un impianto. Nasce quando viene costruito un patto: tra chi produce, chi consuma, chi mette a disposizione superfici, chi partecipa alla governance, chi beneficia indirettamente dei risultati. Senza questo patto, il rischio è creare configurazioni formalmente corrette ma socialmente deboli.

Per questo, accanto agli aspetti tecnici, potenza degli impianti, cabine primarie, profili di consumo, pratiche GSE, servono competenze sociali e progettuali. Serve qualcuno che sappia facilitare incontri, spiegare concetti complessi in modo semplice, tradurre vincoli normativi in scelte comprensibili, accompagnare la nascita di un soggetto giuridico e costruire fiducia nel tempo.

Le comunità energetiche non sono solo una questione da ingegneri, né solo da amministratori. Sono uno spazio ibrido. Hanno bisogno di tecnici, certo, ma anche di educatori, progettisti sociali, comunicatori, cooperative, associazioni, gruppi informali e cittadini attivi.

L’assistenza tecnica come infrastruttura invisibile

C’è poi un altro elemento, meno visibile ma decisivo: l’assistenza tecnica. Molte comunità energetiche non si bloccano perché mancano le idee, ma perché mancano tempo, competenze e capacità di tradurre un’intuizione in un modello operativo sostenibile.

Qui iniziative europee come il Citizen Energy Advisory Hub possono svolgere un ruolo importante. Il CEAH non è un fondo per realizzare impianti, ma uno strumento di accompagnamento: aiuta le comunità, i Comuni, le piccole imprese, le ONG e gli attori locali a rafforzare competenze, pianificazione tecnica, governance, coinvolgimento degli stakeholder, sostenibilità economica e capacità di accesso ad altri finanziamenti.

In un progetto come FERVORES, questo tipo di supporto è particolarmente utile perché intercetta i nodi reali della fase di avvio: come individuare e attivare nuovi prosumer; come dare priorità alle configurazioni più promettenti; come comunicare il progetto in modo chiaro; come costruire un business plan credibile; come mappare opportunità di finanziamento coerenti con i bisogni della comunità.

È una forma di infrastruttura invisibile: non si vede sui tetti e non produce kilowattora, ma può fare la differenza tra una CER che resta sulla carta e una CER che diventa capace di operare.

La governance è il cuore della CER

Il tema più delicato non è solo “quanta energia produciamo?”, ma “come decidiamo insieme?”.

Una CER può ridistribuire i benefici in molti modi: riducendo i costi per i membri, sostenendo famiglie vulnerabili, finanziando attività sociali, contribuendo alla manutenzione di spazi pubblici, supportando iniziative culturali o ambientali. Non esiste un modello unico. Esiste però una regola di buon senso: più le scelte sono chiare e condivise, più la comunità sarà solida.

La governance deve rispondere a domande semplici ma decisive. Chi entra nella CER? Chi vota? Come vengono usati gli incentivi? Come si evitano squilibri tra chi investe di più e chi ha meno risorse? Come si comunica il funzionamento del progetto a chi non ha competenze tecniche? Come si mantiene vivo il coinvolgimento dopo la fase iniziale?

Una CER mal comunicata rischia di essere percepita come un progetto per addetti ai lavori. Una CER ben costruita, invece, può diventare un dispositivo educativo: aiuta le persone a capire da dove arriva l’energia, quanto consumano, quali scelte possono fare e come il comportamento individuale si collega a un beneficio collettivo.

Dalla bolletta al bene comune

Il passaggio culturale più importante è questo: smettere di vedere l’energia solo come una spesa privata e iniziare a considerarla anche come una risorsa comune.

Questo non significa idealizzare le CER. I problemi esistono: burocrazia, complessità tecnica, tempi lunghi, necessità di capitale iniziale, difficoltà di coordinamento tra soggetti diversi. Non tutti i territori sono pronti allo stesso modo. Non tutte le comunità energetiche avranno lo stesso impatto.

Ma proprio per questo è necessario raccontarle con equilibrio. Le CER non sono una formula magica. Sono un’opportunità. E come tutte le opportunità, dipendono da come vengono progettate.

Se pensate solo come impianti incentivati, produrranno energia. Se pensate come progetti territoriali, possono produrre anche fiducia, competenze, relazioni e nuove forme di partecipazione.

In un tempo in cui la transizione ecologica rischia spesso di essere percepita come distante, costosa o imposta dall’alto, le comunità energetiche offrono una possibilità diversa: rendere la trasformazione visibile, locale e condivisa. Portarla sui tetti delle scuole, nelle assemblee comunali, nelle cooperative di paese, nelle associazioni, nei quartieri, nelle valli.

Forse il vero valore delle CER sta proprio qui. Non solo nel ridurre emissioni o bollette, ma nel ricordarci che la transizione non è soltanto una questione di infrastrutture. È una questione di comunità.

Per chi vuole partire ora

Il momento è particolarmente favorevole anche sul piano degli strumenti disponibili. La European Energy Communities Facility ha aperto una call for funding che mette a disposizione contributi lump sum da 45.000 euro per sviluppare business plan di progetti di comunità energetica. La call è aperta fino al 5 luglio 2026 e può sostenere attività preparatorie come analisi tecniche e finanziarie, studi di fattibilità, procedure legali e amministrative e altri passaggi necessari a rendere bancabile e realizzabile un progetto.

A questa opportunità si affianca il percorso del Citizen Energy Advisory Hub, che prevede una prossima call di assistenza tecnica a partire da settembre 2026. Per molte comunità energetiche, soprattutto nei territori più fragili, questi strumenti possono rappresentare un passaggio cruciale: non soltanto per trovare risorse, ma per costruire progetti più solidi, partecipati e capaci di durare nel tempo.

Perché la sfida, alla fine, non è soltanto installare nuovi impianti. È trasformare l’energia in un’occasione di organizzazione collettiva. E fare in modo che la transizione ecologica non sia qualcosa che accade ai territori, ma qualcosa che i territori imparano a progettare insieme.

A cura di Tommaso Ferrucci.

Fill out the form

Entra in contatto con il team di Apical!