Cosa sta succedendo al nostro modo di vivere, pensare e relazionarci?
C’è un esperimento del 1972 che non smette di attivarci.
John Calhoun costruì per i topi una società perfetta: cibo illimitato, nessun predatore, temperatura costante. Quello che successe lo chiamò “la fogna del comportamento”: un collasso progressivo dei ruoli sociali, della cura reciproca, del riconoscimento. Le madri smisero di occuparsi dei piccoli. Una casta di topi perfettamente curati — i Beautiful Ones — si isolò completamente, si nutrì, e non partecipò più a nulla.
Calhoun chiamò questa fase “morte 2”: la morte del comportamento sociale che precede quella biologica.
Cosa c’entra questo con gli esseri umani? La risposta è il punto di partenza del webinar di giovedì 30 aprile.
Viviamo immersi in ambienti tecnologici progettati attorno a un principio neurobiologico preciso: la dopamina. I social media non sono stati costruiti per renderci felici. Sono stati costruiti per tenerci in uno stato di attesa perpetua, con la stessa logica delle slot machine: rinforzo variabile, ricompensa imprevedibile, impossibilità di smettere. Nel frattempo, il sistema neurochimico che governa il presente — ossitocina, endorfine, i sistemi della connessione incarnata — viene progressivamente eroso. Il corpo, che abita solo il presente, perde centralità.
A questo si aggiunge qualcosa che nelle conversazioni sulla tecnologia viene troppo spesso saltato: la crisi economica. Quando il lavoro è precario, l’affitto insostenibile, l’orizzonte bloccato, il sistema nervoso si adatta — contrae la capacità di pensiero a lungo termine, privilegia l’urgente, riduce la tolleranza all’incertezza. La povertà cambia letteralmente il modo in cui il cervello elabora il tempo. Mettete insieme disregolazione dopaminica, contrazione dell’orizzonte temporale e frammentazione delle relazioni fisiche: avrete qualcosa con la stessa geometria dell’Universo 25.
Qualcuno ha capito come funziona. E lo usa.
DARPA finanzia da anni programmi di ricerca su come le narrazioni modellano la cognizione umana. Il progetto si chiama Narrative Networks e il suo obiettivo dichiarato è applicare queste conoscenze in contesti di sicurezza internazionale. Capire il cervello per saperlo orientare. Strategia militare documentata.
Nel webinar guarderemo la comunicazione bellica di Trump e Netanyahu attraverso questa lente. Entrambi usano tre meccanismi neurobiologici in modo sistematico: il sequestro dell’amigdala tramite la minaccia permanente, che comprime la corteccia prefrontale e riduce il pensiero critico; la salienza aberrante, che rende ogni connessione narrativa urgente e ovvia; la polarizzazione identitaria, che modifica la risposta empatica verso chi viene costruito come nemico. La guerra narrativa precede quella fisica, e spesso la rende possibile.
Dove troviamo resistenza? Il corpo è sempre nel presente — sempre e soltanto. Le relazioni fisiche, incarnate, vulnerabili attivano quello che le neuroscienze chiamano “consonanza intenzionale”: la risonanza che avviene quando due esseri umani sono davvero l’uno di fronte all’altro. Restare in relazioni vive, tenere il corpo al centro dell’esperienza: sono atti neurobiologici prima che etici. La porta di uscita dall’Universo 25.
Registrati al webinar (gratuito) guidato da Daniele Casolino il 30 Aprile alle ore 18 online👇