26 Giugno, 2020

Tre insidie di Instagram (e tre consigli) per chi promuove prodotti travel

Ciao a tutti, sono Alessandro, responsabile comunicazione di Apical. Oggi vi faccio una riflessione della durata di cinque minuti su Instagram: è davvero il social network più adatto per promuovere viaggi o esperienze? Apparentemente sì: è giovane, è facile da gestire ed è basato su contenuti visual, per questo è uno dei canali preferiti dai travel creator. Tuttavia non è tutto oro quel che luccica: Instagram sul breve periodo è sicuramente il social che potrebbe attrarci maggiormente (d’altronde basta un bel panorama per raccogliere i primi like), ma senza una strategia rischia di diventare un vicolo cieco.
Ovviamente parlo della mia personale esperienza, se avete consigli o correzioni da proporre mi fa molto piacere sentire la vostra opinione! Inoltre farò un discorso generale, con i clienti di Apical di solito guardiamo caso per caso i prodotti e cerchiamo di costruire insieme una strategia personalizzata che può anche forzare alcuni limiti della piattaforma!
Ecco il mio elenco:

1) Instragram sono tre social network diversi

“Alessandro ma hai bevuto?”. No, giuro! Dico questo perché Instagram, a ben vedere, è composto da tre aree distinte che presidiano tre tipologie di pubblico spesso differente e tre logiche di distribuzione dei contenuti a volte agli antipodi fra loro. Sto parlando dell’Instagram Feed (genericamente la bacheca del vostro account), l’IGTV (il canale video) e le Stories. L’orizzontalità dei canali e il particolare equilibrio di audience che si è creato fra questi (cosa che non si può dire per esempio per Facebook) crea una prima insidia: se si vuole avere una buona strategia bisogna essere in grado di coprire tutti e tre questi canali di distribuzione, magari progettando i contenuti in modo che comunichino fra di loro e che siano, là dove è possibile farlo, riadattati con facilità.

2) Instagram è un social network estremamente veloce

Secondo una ricerca di Blogmeters Instagram è un social usato principalmente per seguire celebrities, condividere i propri momenti e per svago. Tre attività che sicuramente possono essere consumate piuttosto velocemente: nei 53 minuti al giorno che ogni utente spende su Instagram tra stories, video e foto c’è poca possibilità di veicolare un messaggio complesso. Con un bel tramonto ad Amalfi posso fare innamorare migliaia di utenti e raccogliere anche centinaia di like in poche ore se sono abbastanza seguito e uso gli hashtag giusti. Con i “mi piace” tuttavia non si pagano l’affitto o le bollette: proporre un viaggio o un’esperienza è molto di più di mostrare un bel panorama e molti travel creator lamentano la difficoltà di non riuscire a convertire per garantirsi un ritorno d’investimento efficace. “I miei contenuti funzionano ma non riesco a vendere”: questo è in assoluto ciò che mi sento dire spesso.
Il mio consiglio è di usare Instagram anche se solo ci aiuta a farci conoscere, purché sia chiaro che la fase di “brand awareness” (cura della propria immagine) da sola non basta. Attraverso i dati di interazione o visualizzazione dei contenuti che possiamo raccogliere sul Business Manager (ai clienti di Apical spesso tengo delle lezioni su questo) è infatti possibile “seguire” con il retargeting i nostri potenziali clienti con offerte mirate sia su Instagram che su Facebook o Messenger. Questa prima strategia, estremamente facile da attuare da chiunque, migliora radicalmente i tassi di conversione.

3) Forse stai esagerando con gli Hashtag

Uno degli errori più comuni che rilevo è l’abuso di hashtag dei travel creator sui loro profili business. Nonostante ne siano ammesse diverse decine spesso gli hashtag vengono usati con la logica “più ne metto meglio è”.
In realtà esagerando si rischia di creare più danni che vantaggi. L’algoritmo di Instagram rileva quanto interessanti siano i nostri contenuti, se usiamo gli hashtag per portare utenti non interessati a vedere le nostre foto o i nostri video i nostri futuri post verranno probabilmente penalizzati.
Non esiste un numero ideale, dipende dai test che facciamo e dal settore. Io ho notato che le pagine che gestisco ne traggono benefici in numeri che vanno dai 7 ai 12, ben al di sotto dei trenta canonici di chi commette l’errore di esagerare.
Altro consiglio che posso darvi è di curare la qualità delle categorie degli hashtag stessi: in generale sono consigliati circa il 25% degli hashtag molto generici (#vacanzeinItalia, #vacanzeincampania #italylandscapes ecc…), 50% di hashtag a media precisione (#esperienzeadamalfi #amalfiexperiences ecc…) e il restante 25% di hashtag più specifici (#nomebrand #nomebrandpeople #nomebrandesperienza).

Ovviamente come già detto sono consigli molto generali, ogni caso specifico meriterebbe un’analisi ad hoc e oltretutto io non sono un esperto verticale di Instagram, nonostante conosca abbastanza bene la piattaforma e le dinamiche.
E voi? Qualcuno usa Instagram ed è inciampato in una di queste insidie?

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